E così sui binari in tondo gira, illudendo la ragione, questo trenino a molla che si chiama cuore (Fernando Pessoa)

Questa è la mia vita….certi giorni è poca,certi giorn

Due-tre note di nessuna rilevanza culturale

1

Ieri mattina mi sono svegliata col lato sx del corpo, braccio, spalla in decomposizione.
Ma palleggiare e correre e lanciare palline nei campi altrui mi è piaciuto e secondo il mio compagno/avversario di gioco sono “portata”. Certo, lui lavora all’Humanitas…che mi doveva dire…?

2
Sabato pomeriggio la mamma mi manda un messaggio, ringraziandomi per il dvd e dicendomi che sto benissimo con i capelli lunghi.
Salgo in macchina con la Menina e il tempo di allacciarmi la cintura:

“Stai troppo bene con i capelli così lunghi, non te li tagliare”
“Dani, ma sei stata a prendere il caffè dalla mia mamma prima di venire da me?”

Al centro commerciale incontriamo il mio ex storico ed ecco il refrain:
“Papera (sì, cazzo, mi chiama ancora papera), come stai bene con i capelli lunghi, non te li tagliare eh??”

Le mie considerazioni in proposito:
A: E’ per caso un modo per dirmi velatamente che ho la faccia a culo, che si mimetizza meglio con i capelli lunghi ?

B : Non è che mi sono cresciuti durante la notte i capelli. E non è così tanto che non ci vediamo…

C: LORO non hanno un taglio, un verso, un garbo. E’ da dicembre che non vedono il parrucchiere, che se mi vede si mette lui, Vincenzo, le mani nei capelli . Sembro uscita dalla giungla, vanno ognuno per conto suo…ma che per caso mi prendono per il culo amici e familiari?

3
Se vedete me e la Dani guardare amorevoli tutti i mimmini bellini che vediamo in passeggini e non, non pensatelo, no : NON E’ DESIDERIO DI MATERNITA’, E’ INVIDIA PER LA LORO (seppure non eterna) CONDIZIONE !!!

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Certi giorni fanno proprio vomitare

Eppure ho riso, eppure ho parlato, interagito, risposto. Come ogni giorno.
Sono stata bene.
Eppure chiusa la porta di casa, ti sei trovata abbracciata alla tazza del cesso, nemmeno ti ci fossi fidanzata.
E le hai donato tutto quello che avevi in corpo.
Questo corpo che vedo cambiare solo io, che misuro e taro.
E c’era tutto il dentro a scivolare dentro la ceramica in dolorosi sussulti.
C’era il lavoro legato a doppio filo con chi dovrebbe biologicamente amarti invece torna nella tua vita guarita e riemarginata , CAZZO, lo sapevi , cazzo perchè non hai lasciato perdere, un anno fa.Conoscevi i rischi e sapevi del fallimento. Lo davano niente alla snai.
Tolto lui, David, estirpato come un pezzo di vetro in una mano, via dalla mia vita, col dubbio enorme che l’avessi disegnato nio, solo io nella mente, quello speciale rapporto, e lui, colorato con i colori più belli che avevo , sia invece bidimensionale, solo un tratteggio superficiale ,solo un disegno, solo uno come tanti .
E l’emorragia nel togliere quel pezzo dalla carne è dover essere obiettiva e dirmelo.
E il bene dove è? E la materia? Non lo saprò e di colpo non me ne frega più niente.
Perduta lei, dolore.Eppure non so che dirle, non so parlarle. Vorrei abbracciarla a piangere, ma non cancellerebbe la mia assenza, il mio non esserci mai per lei, nè la sua delusione. E non posso. E forse non può-Forse non ora. Non lo sò
E questa casa , l’unico punto fermo: la porta e le pareti che si aprono sul mondo e sugli orti o si chiudono intorno a noi in quella dolce sensazione che fa dire “…a casa(un abbraccio)”, ecco che anche lei traballa. Vogliono sezionarla, toglierle un pezzo, venderlo. E pensare di lasciarla proprio adesso, non riesco, il mio “asilo politico” dai casini.
Però…c’è la salute.
E tutto quanto sopra posso lasciarlo nella tazza e tirare lo sciacquone. Forse.
Qualcuno là fuori pensa solo ai saldi e all’aperitivo. E giuro che l’invidio.


Quando si dice una giornata inutile

Ieri, un altro raro evento: l’ansia mi galoppava il cuore, teneva le redini ai battiti imbizzarriti.
E io, non avvezza, non sò che fare. Guido ma vorrei essere ferma. E un abbraccio forte da ogni direzione. O rannicchiarmi sotto il piumone. A volte realizzi che il cavallo impazzito è nella tua testa. Sono tutti i pensieri, tutto l’impari che non riesci a dilaniare. E’  l’ago che oscilla, i piatti mai sullo stesso piano. Ma tornerà anche la pianura.

Oggi il mare ci ha fregate con gocce dall’alto. Ore e sonno persi inutilmente. Ore sprecate.


C’è sole e caldo e c’è fresco la sera, sono rimasta un ora indietro, non ho trovato un fiore, ma c’è caldo, sole ed una panchina.
Si saltano i pasti, si dorme, ci si sveglia con due pensieri: caffè e tornare il prima possibile a posare le ossa tra le lenzuola.
Ci si sveglia, ci si bagna di traffico, si cerca una voce in radio e un caffè. Ci si trova ancora con gli occhi sul monitor, la mano sul telefono, sul caos, e la gente e accenti diversi e il mese da chiudere. Ci si trova che la fantasia è volata via, altrove.
Si esce a cercarla al caldo e al sole, han chiuso la strada al parco, pazienza, lasceremo le auto, ci andremo a piedi.
Ci si brucia con la prima lampada dell’anno, 10 minuti e sembri Giovanna D’arco.
Non ci si capisce un pò. A volte si toccano eccessi con le dita. Ci si riprende la distanza dopo troppo contatto, perchè si ha bisogno del proprio cuscino, della propria solitudine. Ci si sveglia e si vive.
Si fa sesso. Tanto sesso. E’ primavera. E’ oasi. oppure è solo sesso.
Non suona la sveglia. Ed è ancora traffico e radio e quelli che fanno i furbi.
Ci si sveglia una mattina come ci avesse attraversati un treno. Ma c’è il sole, fa caldo, c’è luce fino a sera e tutto ha un altro sapore.


Fossi uno struzzo metterei la testa sotto la sabbia.

Heartbysnulhs2_3

La settimana, non priva di danni, l’appendicite
infiammata, (o almeno appendicite secondo la mia autodiagnosi) che mi
ha tenuta serenamente a casa anche oggi fa lieve capolino.Alle tre di
notte stavo all’uscita dell’autostrada a imparare allbymyself come si
cambia una gomma, a guardare gocce di benzina sull’asfalto umido di
pioggia, perchè probabilmente a marciare per qualche km con il
copertone tranciato, deve essersi danneggiato il serbatoio. Alle 3 di
notte, svegliare chi beatamente dormiva, in punta di telefono, con la
batteria che esalava l’ultima tacchetta. Che non si ferma nessuno se
hai la gomma spalmata a terra, ma stai sicura che poi , appena l’hai
cambiata , sei tutta nera e unta, si ferma mezzo mondo, e alle tre di
notte si può scoprire che quel mondo è paese, che il paese è vicolo e
in un giro di frasi , tra un pò, siamo pure parenti…

Ti tocca anche la ramanzina sulle donne e i motori: “E zitta, peggiori solo la tua situazione”. Zitta eh?

L’uovo non ancora aperto, e oggi, la nuova sensazione, quella di
vuoto e svuotamento, quella che, quando, poco portata alla dolcezza, mi
ritrovo tra le mani carezze(io??), e gesti d’affetto, dopo poi, tra me
e me, nego e rinnego, e ho paura di perdere qualcosa. Perdere me,
perdere tempo, commettere peccato. Ingigantita alla lente della mia
mente, la normalità di abbracci. Paura di pentirsi. Stupida o meno è
così.


Scissa

Come un onda di paura, senza suono alcuno, improvvisa, dopo il giro delle palestre, in macchina tra i semafori,mi ha investito dietro al collo fino alla punta dei capelli il tuo ricordo.
La notte che sei morta il tuo uomo era a trombarsi una da una botta.
Il mondo è piccolo. E assurdo. Un piccolo mondo crudele.Il mondo ingoia i segreti, poi li sputa come da un cratere, una notte al bivio, da una bocca innocente. Rosi non ti aveva conosciuto ma avevate un fidanzato in comune, in tempi diversi e incrociati.
Mentre tu morivi. Lui non c’era. Fosse stato lì. Fosse stato lì sarebbe stato un tiro di coca sul tavolo della cucina probabilmente. Ma non c’era. Dopo il funerale, piangeva, la vita tagliata, mostrava la tua foto a tutti, ti amava come nessuno. Quanta colpa in quelle lacrime. Poi, poi, chi non ha testa si perdona in fretta. Forse.
Tu invece, per dirla alla Celentano, eri forte davvero.
Nel tuo metro e poco più, nella tua bottega azzurrina, nel tuo visino bellissimo, in quella calma tutta personale, che i poco attenti scambiavano per inerzia. Tu eri forte.
Non avrei mai letto quanta storia eri, se con gli anni, dalla tua bocca, candidamente raccontata come fosse la ricetta del tacchino di Natale. Come eri tu. Con il tuo poster di Zero, con i tuoi bambini non troppo più piccoli di te, con le tue sigarette, tu, che avanti anni luce, mi tagliavi i capelli senza fermarli nemmeno con una molletta. Veloce e bene, immune dal morbo del pettegolezzo che abita in certe botteghe. Certi giorni sembrava un bar. Ci si fermavano tutti, per fare due chiacchiere.
Tu, nella tua morte annunciata in dubbi e presagi a ciel sereno. Con l’istinto di mamma.

La voce di veronica in delay mi arriva…”Mi vesto come venerdì o metto il vestitino verde?”
“Il vestitino verde.” E io mi avvio al ritorno. “E verde!”

Sono stati attimi di smarrimento, sanguinamento interno, forse stava già lì l’onda anomala. Forse doveva implodere. Mi si squagliano le tonsille.
Forse in questo mondo di letterati dove un verbo al posto sbagliato provoca conati di vomito, non saresti stata compresa. Ma anche per te sbaglio, sbaglio la punteggiatura e le parole, perchè un decimo della tua umanità colmerebbe cervelli colti e vuoti. Eri intelligente nel tuo rispetto, colta nel tuo cuore. Mi piaceva sentirti parlare.
Tu avevi un piccolo perlaceo fascino che troppo poco ne ho visto.


L’ultima notte dell’anno

Primo pensiero della giornata. No , secondo pensiero della giornata. Capodanno.
L’ultimo dell’anno, certo non promesse di mari e monti e colline e valli, ma quelle cene in casa che poi si esce e si va dove si va. Prendila come una sera qualunque. Ultimo dell’anno per me, dal duemila dove Firenze era un tappeto di bottiglie rotte e ubriachi e vomito, ultimo è  sinonimo di trash e decadenza. E non è una sera qualunque, ehi, è l’ultimo dell’anno, DEVI uscire. Bè, quel secondo pensiero, uscito di bocca a voce alta, perfino ascoltato, che non è facile alle 7 del mattino avere udienze umane, è stato : "Se io esco l’ultimo dell’anno mi faccio una violenza…perchè non mi và".
Mica per la Dani, che, sai, le serate ,  spesso quelle cominciate controvoglia hanno preso pieghe impensate.
Uscire e conoscere gente nuova è certo un buon proposito, ma non mio , adesso.
Secondo me si dovrebbe fare l’amore tutta la notte per l’ultimo dell’anno. Finire tutti i baci del 2007, assaggiarne di nuovi. Assaggiarsi.
E come lo vuoi passare l’ultimo dell’anno quest’anno?
A casa, con il mio cane.
A vedere il niente in tv.
Con un libro in mano, isola sconosciuta. A cibare il mio cervello impolverato a causa delle poche letture del 2007, che comincia ad aver fame di nuove e vecchie parole. Chunque mi direbbe che è triste da immaginare.
Ecco, me lo immagino, e non mi sento per niente triste al pensiero di me nella vasca schiumosa,
me che mi asciugo i capelli, me nei miei pigiami mistici, avanzi di t-shirt e tute, me nel mio salotto. Io. Sola. E mi fa tristezza manco per niente. Sarò scaduta pure io come lo yogurt…


Explosion

Così succede…un leggero odore di bruciato, tu tentenni indecisa sullo sgabello

ed è il black out!

Il pc ti lascia, ti lascia a piedi, niente ddt, niente Skype, niente consultazione dati.Lo porti dal dottore a sirene spiegate, lui in 5 minuti gli sostituisce l’alimentatore, lo riaccendi, benebene, funziona, passa mezz’ora e ciao, andato di nuovo.Così ora è in cura intensiva. naturalmente ho approfittato per chiedere qualche modifica allo scatolone antidiluviano col quale passo le mie giornate lavorative.Il sangue del mio sangue che questa settimana un s’affronta(che sto meditando seriamente di mollaree trovarmi lavoro altrove), tanto per dar colpa a qualcosa/qualcuno mi ha pure detto che lo lascio sempre acceso…embè? Anche il mio a casa lo lascio sampre acceso e gode di ottima salute, a parte avvisarmi di tanto in tanto che c’ha il disco pieno, che s’è scocciato, che lo devo alleggerire…ah già, il mio è un Mac…

Ieri sera dopo un bel pò ho sentito il mio partenopeo preferito, quindi chiacchiere su qualunque cosa, da "Hitler" a Busi. Più, qualche perla di saggezza tipo:

"Un proverbio dice che il biglietto da visita di un uomo è la donna…quindi nà zoccola è  biglietto da visita di uno strunz’…"

Piccoli Sgarz crescono.


Per chiudere in bellezza la settimana

Ho sfrantato la fiancata dell’auto sul muro e sul cancello di casa, lo stesso cancello che attraverso da tre anni. Tagliata a mò di tonno Rio Mare. La cosa che ho fatto subito dopo,sono le coccole al mio cane che mi ha accolto con dolcissime feste. Non riesco a disperarmi per l’auto, anche se quando la guardo mi prende lo sconforto, ma per l’errore da idiota.
Poi per qualche attimo ho dimenticato tutto, tutti, il mio nome anche, mi han strattonato via la spina dal muro della mente e tutto è diventato azzurra penombra.

Una settimana difficile. Una settimana intensa, lunga, utile e disgraziata. Ho dato dei volti a gente che erano voci al telefono da mesi, così loro a me.
E’ stata comunicazione, giocare a capirsi e uno sciogliersi reciproco con i nostri fornitori tedeschi che han diviso lo stand con noi. Sul finire del giorno si sfiorava il delirio. Lo stand era bello e il prodotto ha dato soddisfazioni. Ho ascoltato quanto potevo, soprattutto ho guardato lavorare mio padre, quando c’era, registrato quel che riuscivo a contenere nel cervello devastato dal brusìo della fiera, e, pardon, detestato Milano per i continui cantieri, per la mala organizzazione che pensavo di non trovare.


Ho trovato un bigliettino del mio vicino, quello della 203, sotto la porta. Abbiamo scambiato alcune parole.
In questo albergo è "occupato" da espositori e visitatori, Italia e estero, un microcosmo. Tutto un poco collegato. Il tipo invece , sebbene mi paresse apparentemente normale, deve essere sciroccato, perchè si sà, io ci ho il lanternino.

Ora è passato un signore, si è avvicinato e mi ha detto in inglese di non lavorare troppo a quest’ora…
Lavorare…si, sto proprio lavorando. E’ che il collegamento wireless è presente solo nella Hall.
La camera è decisamente carina e funzionale. Mi sento rimbombata e come sempre in questi casi, la via del sonno si allunga. Lo stand  del marchio lo abbiamo a metà col nostro fornitore tedesco che vende caschi giapponesi. Sò solo che ad un certo punto ci siamo trovati che il tedesco parlava inglese io traducevo italiano al rappresentante del lazio che traduceva in francese ad un interessato al prodotto, per l’appunto francese. Però sempre col rappresentante del lazio, una vecchia volpe del mestiere ,di 64(portati benissimo) anni, abbiamo giocato a scacchi contro il computer. Il computer ha vinto. Ho un attacco logorroico, qualcuno mi fermi per favore. Vado in camera e faccio il lancio degli stivali. Nell’altra stanza, la 205, Marco avrà già cominciato a russare.