E così sui binari in tondo gira, illudendo la ragione, questo trenino a molla che si chiama cuore (Fernando Pessoa)

Ubik

cosa è (e) non è Scrivere…

E’ una passione giocosa
un buon sentimento
uno sguardo e un pensiero
che non si riposa
E’ la vita che accade
E’ la cura del tempo
E’ una grande possibilità

Non è una sfida
Non è una rivalsa
Non è la finzione di essere meglio
Non è la vittoria l’applauso del mondo
di ciò che succede il senso profondo

E’ il filo di un aquilone
un equilibrio sottile
non è cosa ma è come
E’ una questione di stile
non è di molti ne’ pochi
ma solo di alcuni
E’ una conquista una necessità

Non è per missione
ma nemmeno per gioco
Non è “che t’importa”
Non è “tanto è uguale”
Non è invecchiare cambiando canale
Non è un dovere dovere invecchiare

“E’ non E’ – Niccolò Fabi
In quella cassetta, certo poco “originale”, girata e rigirata nell’autoradio, Niccolò era scritto con una C sola, tanto che per diverso tempo ho pensato che forse era davvero Nicolò.

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Cuore

Oggi mi fa un pò paura domani. E’ solo un piccolo intervento, un tubicino ostruito, tanto ostruito.

Ti ho chiesto se avevi paura e ti ho dato un bacino. Sono io che rompo il muro del contatto ora. ORA, OGGI che ho capito che se per me è difficile, per te lo è tanto di più, non mi pesa farlo, farti il caffè, portarti il cioccolatino. Anche se non dici niente so che lo “senti”.

il punto è che volgendomi indietro verso l’indifferenza che provai quando ti colse l’infarto, indifferenza dolorosa e crudele, una spada con due punte, oggi la guardo con dolore e rammarico. Avrei dovuto impacchettare tutto il vissuto, tutta la rabbia, il dolore, il rancore appiccicato addosso in gioventù, vestito di distacco da grande il “io non ti odio, ma tu fai la tua vita e io la mia” ed esserci. ecco tutto.  Avrei dovuto, no. Avrei Voluto. OGGI.

E Oggi un pò di paura l’ho, perchè anche se niente si rattoppa e il passato resta quel che fu, OGGI, comunque sia andata, ti ho perdonato, ti ho compreso, ho capito. So che per te, remare la barca non è stato facile e quel che hai fatto e quel che non hai fatto sono il risultato di ciò che a tua volta hai avuto e non avuto. E erano “altri tempi” e non hai avuto la forza di percorrere una direzione interiore per cambiare  è perchè non avevi gli strumenti. Nessuno ti ha insegnato a “coltivarti”, prenderti cura della tua anima, della tua sofferenza. Ad amare.

E io oggi , ora che sono in pace, che ti ho rimesso al tuo posto, anche se non è sempre facile, anche se c’è quel filo di imbarazzo di padri e figli che non si conoscono e non recupereranno la confidenza che manca, io non voglio perderti.

L.


2983

 

 Oggi è limpido. Mi sono messa in ascolto. La vita mi diceva di stringermi ancora a questa casa.
E ogni cosa sembra tornare al suo posto in qualche modo. Quel sentirmi sempre un pò “un incidente di percorso” nella vita degli altri sta lì, da una parte. Ci ho messo un cuscino sopra e non l’ascolto.
 Oggi è più chiaro.
Non il tempo.
Il sole “Special  Guest” appare di tanto in tanto, poi va via, per altri salotti.

Si ritorna ai libri. Al digiuno. Ho pedalato.Si fa il caffè. Si guarda un film, che dovevamo vedere insieme. Molto Carino.

Quando hai questo genere di crisi, ti trovi sempre a vedere un film con una scena dove Lui guida un furgone sfasciato per arrivare da Lei che, scioccamente, aveva lasciato andar via, per dirle che l’ama (anche troppo) in una strada pubblica. Poi si baciano.
“L’Universo” questo universo con cui, dicono, dovrei parlare a volte è decisamente poco nobile nell’invio dei suoi presunti segnali. O pugnali.
Martedì quando chiamasti io ero felice e volevo dirti che vi dovevo un caffè, a te e ad Andrea, perchè avevate fatto un buon lavoro. Avevo trovato il coinquilino, vi eravate concentrati bene!
Ma tu non mi hai chiesto niente, solo di lavoro e io ho smesso di ascoltarti quasi subito, ho messo il mio apatico pilota automatico mentre parlavi e ho risposto due tre cose a caso. Non si fa, lo so.
Ma non si fa. Eppure si fa. Io lo faccio.

Ti chiamano a giocare alla Play.
Quando qualcosa finisce si sta male e anche un po bene. Un altra di quelle cose un po difficili da ammettere perché sembra di mettere in dubbio un sentimento.
In questo caso un sentimento già dubbioso di fabbrica.


Non ho ancora riprovato quello che sentivo per Massi, che fosse motivato o no. 
Eppure lasciarsi, nel gran dolore generale, mio, suo, fu una specie di sollievo.
Provi dolore, perdita, abbandono, la resa , “cazzo ci siamo arresi”.
E in teoria si potrebbe dire che non ci fosse abbastanza Amore. In pratica io e lui sappiamo che c’era. Ma non bastava.
C’era passione. Ma non bastava.
Ci saremmo resi infelici con amore e passione.
Un lato nostro interno, quello triste, quello poco tenace, quello seppellito dietro al sarcasmo e alla leggerezza, combaciava perfettamente. E nei momenti bui, quelli che non sai nemmeno te, perchè, questa similitudine ci portava ad affondarci l’un l’altro o a non essere in grado di dare un pizzicotto, una spinta all’altro verso la risalita.  Ci voleva un uomo diverso da Massi per vivere con me vicino, ci voleva una donna diversa da me per stargli accanto.

La passione non permetteva al legame di sciogliersi.
L’assenza di passione non permette ad un legame di evolversi

E poi, il sollievo di un peso che viene tolto dalle tue spalle. Il respiro, quello che ti svegli e devi pensare solo a te.
Stare insieme è lavoro.
Mentre nei sogni è semplice come respirare “viene tutto da sè” , nei fatti no.  E forse è giusto così. Sicuramente è giusto così. No, in parte è vero. Ma alcune cose richiedono lavoro e pazienza, altre devono essere vento e casualità.
Non mi sono mai chiesta fino ad ora se quel doloroso sollievo lo provò anche Massi. Credo di sì
.
La storia navigò tre anni.
Oggi siamo più vecchi. Non mi va, di investire tre anni. Non va a nessuno. Non c’è niente di male.

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Altri pensieri inutili per passare il tempo

Il fatto puro e semplice è che non si può essere se stessi. Non in questa vita. Nessuno. Alcuni di noi si dibattono come in un sacco chiuso, provano, si frustRano perchè vorrebbero mostrarsi come sono.
Ci provano, certo. Ci provo anche io. Ma è un gioco da perdenti. Semplicemente non si può. Nessuno è pronto a vedere il Lato Oscuro. Non alla verità.
Leggevo distrattamente tra gli annunci di incontri su un giornaletto: “40enne(uomo), sposato, insospettabile cerca uomo, riservato, per incontri occasionali “ . E ce ne erano molti simili a questo. Ma non se ne vede nessuno. E dove sono?
Dove sono tutti gli insospettabili? A interpretare un altra vita? Vivono senza essere se stessi, o comunque senza esserlo  interamente nello stesso momento? E come vivono? Stanno bene? Sentono rimorso per vivere i loro segreti altrove , oppure si sentono in colpa per aver fatto delle scelte di vita che non gli appartenevano? O per entrambe? O non si sentono in colpa affatto? Come stanno?

Così, chi più chi meno, chi per ragioni grandi o piccole, importanti o no, passiamo la giornata a scindere ciò che possiamo e ciò che non possiamo dire, perfino (o soprattutto), per dirla alla Dickens, al cuore che batte più vicino al nostro cuore, la persona che abbiamo “scelto” come compagno di viaggio. Alcuni , più evoluti, la scelgono più ingenua, o inoffensiva.
Si finge. E dopo tanti anni non si sa più quale dei nostri “io” finge. E neppure ce lo chiadiamo.
E non sappiamo se questo modo di gestirci ha a che vedere con quella cosa che quando ci soffermiamo un pò a pensare, non lo diciamo nemmeno sottovoce, nemmeno dentro …passiamo oltre, quella cosa lì…quel “non sono felice” che spesso è priva anche di parole, non ha suoni, è un sentire da scacciare velocemente.  Certe volte , nei centri commerciali, mi sembra che la gente arrivi in fretta e rimanga a lungo per tenere chiusi fuori quei fantasmi, quelle voci senza voce, che di tanto in tanto prendono lo stomaco.

Certi pensieri si dicono. Certi non si dicono. Per “non ferire”, o per “vigliaccheria”. Ma col passare del tempo anche questi motivi si scavalcano e si confondono.
Non si può essere se stessi perchè gli altri non capirebbero.

A volte io mi dimentico. Le mente mi fa brutti scherzi. E le cose che non si dicono, le dico. Perchè sì, in molte di loro risiedono le nostre insoddisfazioni, frustrazioni. Proviamo insieme a capisci qualcosa. No?
Una nuova perversione? Dopo la fedeltà cosa mai ci può essere di tanto perverso, scabroso?
Provare a mettere le carte scoperte sul tavolo?
Potresti scoprire dell’intelligenza nello sguardo altrui, la volontà di provare a capire, ad ascoltare. Ma figuriamoci.

Dimentico e dico. Poi mi pento. Perchè vengo interpretata o letta da un vissuto altrui, inquinato.

Voglio essere ferita e offesa talvolta, perchè le parole che(non) ti dicono non fanno mai male come quelle con cui la tua mente riempie quei silenzi, congetture inanellate come perline di collanine, nelle ore e nei giorni.
La mente è strana, sa dove andare a pescare, che nemmeno il tuo interlocutore più esperto potrebbe.

Quanti “io sto bene così” pronunciati e contraddetti da occhi che così tristi non ne erano mai visti.
State bene così, perchè avete sempre fatto così, perchè è sempre stato così. Perchè “siete fatti così” .

Bere o Affogare.

Prendere o Lasciare.

Di necessità, virtù

Mi viene spesso in mente il bambino non compreso o matrattato che cresce pensando che era giusto così. Era giusto.Che era troppo irrequieto. Colpa sua. Colpa sua.
Perchè dire a te stesso che i tuoi genitori non ti amano , non ti hanno amato abbastanza è così innaturale, inumano, così contro l’ordine delle cose e dell’Amore , che devi difenderti, difenderli i tuoi genitori  e allora  perfino recitare questo dolore cieco che se non sono amato è colpa mia  tutta una vita è  più sopportabile .

Così come mi viene in mente quanti hanno così tanto da dare umanamente, affettivamente, e hanno davanti a sè tutte le chiavi per essere felici poi finiscono per sciupare sempre tutto. Per non volersi abbastanza bene. Per non pensare di meritarlo. Per credere che va bene così.

Non so se tra i due pensieri ci sia un nesso. Io non ho nulla da dare oggi. Mi metto in stand-by.


Santiago Di Campostela

Argomenti e quesiti di diversa natura  si scontrano e si incontrano nella mia testa, si incrociano, come voli di pipistrelli, così difficili da tenere nell’inquadratura. Appena prima dello scontro, si schivano, si scanzano per una vibrazione che ha trovato un ostacolo nel suo ondeggiare. Molti. Troppi. Troppo difficili. E io sono così stanca di essere intelligente.

Ripenso al mio Camino. Da un pò.
Un pò di giorni fa nel centro di Firenze ho riabbracciato la mia piccola Belgique, rivisto Filippo. Un piccolo, rapido confronto tra pellegrini su come e perchè le nostre vite hanno ripreso il loro percorso dopo l’ estate 2009.

Il camino di Santiago.
Non ne ho scritto e in fondo quando ne parlo è per ricordare alberi e paesaggi e volti che non vogliono realmente essere dipinti da parole, su facce altrui.
I racconti sono sempre noiosi per chi non c’èra.
Non ne scrissi.
Non ho letto Il Camino di Cohelo, se non in questi giorni che mi è capitato per le mani.
Leggiucchiato.
Non mi ha mai detto granchè il cileno. Sono ancora “una studentessa distratta”. Per me la forma è importante quanto il contenuto. Talvolta di più.
Necessito della parola viva, “rombante”, come direbbe Montale,  sennò il concetto , per me, scivola via.

Oggi posso dire.
-Non sono partita per trovare me stessa.
Conosci te stesso. In questo concetto, ultimamente mi ricordano che Socrate ha detto tutto in 3 parole.
E che non c’è da far 900 km a piedi per andare a trovarsi.
-E non sono partita per chissà quale nuova  mistica lettura interiore, per trovare la risposta a chissà quali domande . Nè per una rinascita. Sono risorta molte volte, dalla sera alla mattina, nel mio stesso letto, senza nemmeno fare un passo.
Sono partita perchè “dovevo”.
Volevo.  
Mi ci son voluti tre giorni per uscire dallì Italia. Ho perso un volo e speso più soldi di quello che avevo.
Ho pensato di mollare, ma alla fine il Camino è cominciato.
Un mese.

Certo, prima di partire, pensavo chissà quali elugubrazioni nel lungo camminare, pensieri, seghe mentali sarebbero venute a galla. E quanto avrei scritto. Non è stato così. Ho scritto quasi niente.
Ho letto. Non libri. Ho letto persone.
Sono stata concreta un mese della mia vita.
E la vita , il camino hanno provveduto a me.
I miei pensieri erano fatti di terra, di acqua, fontane,  di un letto. I miei pensieri, svuotati d’altro erano cosa avrei mangiato la sera. Erano i paesaggi. Il caldo. Le vigne. Gli occhi hanno preso il posto dei pensieri. Erano chiesette, ed erano il mio inglese che con il calar del sole si affievoliva. E l’acqua. L’acqua per lavarsi, per rinfrescarsi, l’acqua per bere. Il più bello tra i pensieri

E’ stato  un orario senza orario quel mio vivere.
Molti si svegliavano di buio,marciavano per arrivare presto, per la paura di non trovar da dormire.
Il mio orologio sono state le mie gambe, e solo loro decidevano “la tappa”.
E il camino mi ha fatto incontrare zingari come me, disorganizzati come me, disorientati come me.
Quando si arriva si arriva. La guida l’ho strappata pagina per pagina e abbandonata, inutile. Mi ricordo la notte a Sanbol, senza luce e acqua, così immersi nel niente per km e km che si vedeva il cielo come si vede da una nave di notte.
E la notte dove tutti russavano. E quel giorno in una salita “breve” che non finiva mai, che io ed Emanuele abbiam pensato di morire, tanto che il cuore ci batteva dentro fino alla testa. Ricordo il portoghese con il carrellino, e il mio custode quando sono stata male. E quella sera dove eravamo tanti , tutti a cenare insieme intorno ad un tavolo ed eravamo partiti ognuno da solo. Le gambe a mollo e i bagni fatti nei condotti che irrigano i campi, nelle fontane per il tanto caldo e che proprio nel punto più alto, a 1300 metri non avevano le coperte per la notte. Le mele mangiate dagli alberi e le more dai rovi.
E’ stato come quando ai bambini spegni la Tv. In pochi minuti si dimenticano che esiste e trovano di meglio da fare. Più naturale. E semplice
Il camino va fatto da soli. Aveva ragione Mario. L’unico e solo consiglio che passo io adesso a chi parte.


“Così preziosa come il vino così gratis come la tristezza”

 Ti ho trovata lungo il fiume
che suonavi una foglia di fiore
che cantavi parole leggere,
parole d’amore
ho assaggiato le tue labbra di miele rosso rosso
ti ho detto dammi quello che vuoi, io quel che posso.

 

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Persa per molto persa per poco
preso sul serio preso per gioco
non c’è stato molto da dire o da pensare
la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera
spettinata da tutti i venti della sera.

E adesso aspetterò domani
per avere nostalgia
signora libertà signorina fantasia
così preziosa come il vino così gratis come la tristezza
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza

Fabrizio De Andrè


Il peccato originale

Appoggio l’orecchio della mia mente e sento I pensieri, le parole che scioccamente non si osano dire,
con la stessa semplicità del sole che l’altro ieri ha trapassato indenne, ombre, nubi e , vetri e finestre
per posarsi sul mio tavolo mentre disegnavo

E vedo colori ma non ne so il significato e non son convinta che non siano altro che pura fantasia

Mentre di quello che sento sono certa
Non so capire se ciò sia dovuto alla mia conoscenza della natura umana, osservare poco le cose pratiche
ma assorbire così incessantemente  quelle aleatorie e astratte o un effetto, con anni di ritardo,
dell’aver preso a martellate lo specchio tra me e me e averci guardato,
frugato  dentro senza il minimo pudore. O riguardo.

Non avevo mai pensato al di là del semplice intuito di non sbagliarmi.
Invece oggi ho una specie di nuova  Consapevolezza, un corpo estraneo nel corpo, quasi NON FOSSE MIA,
Come se mi avessero aperta e me l’avessero messa dentro.

Mi torna in mente la prima volta che ascoltai De Andrè. Un pugno. La chiave di una porta
Un dolore. E poi tutta quella poesia che ci si potrebbe dar la vita per solo averla incontrata

Sento quel che stanotte ho detto. E poi, scendermi addosso come una tenda di velluto,
la fatica sempre immane e dolorosa di comunicare “me” e la nuova stremante fatica, responsabilità, di comunicare cosa sente un altro essere.
Sento.
Sento che quando mi dici “dolce” quella parola è solo una parola “usata”,  “non mi appartiene”, non è esclusiva, non è mia.
Appartiene a te.
Sento solo la parola e il mio nome accanto.
Forse ad ogni donna fa piacere. E lascio che tu lo faccia , ma lo sento generico e distante da me.
Non ho bisogno di aggettivi per sentirmi più vicina. Sono un granello troppo piccolo per farsi avvolgere dal laccetto di una parola.

A parte il fatto è che io non lo sono. Sono tante cose ma non “dolce”.

I bambini insegnano…”prendete esempio da loro”.

I bambini mi insegnano. In un anno molte cose che non capivo e non vedevo ho visto in questi piccoli maestri ignari. All’inizio mi inquietavano perchè non capivo, certe azioni o reazioni.

I bambini sono buoni, cattivi, meschini, dolci, bugiardi, furbi di vera furbizia, ingenui di vera ingenuità, ingenui di finta ingenuità.
Ma la loro premeditazione non è la nostra premeditazione.
La loro “cattiveria” non corrisponde alla nostra cattiveria
Sono intensi e calcolatori. Impetuosi e istintivi.
E non si vergognano.
Ecco cosa li rende davvero speciali.
Sono tutto lo spettro dei colori e tutte le sfumature e semplicemente “sono”. Anche se li prendi in castagna.

Tutto ciò fino a quando un giorno, noi non gli facciamo notare, senza peccato originale loro, ma nostro, che sono nudi.
Come il primo uomo e la prima donna.  Si vergognarono e coprirono i loro organi.


è scientificamente provato

Proprio non mi va che mi si racconti la vita, il sesso, il piacere, la gente come una scienza esatta
La teoria nemmeno regge. Sarebbe tutto così semplice e la gente non è semplice.
Il cinema Holliwoodiano si carica sempre di dover rappresentare una società intera nelle pellicole, producendo così “funzionali” stereotipi che rappresentano tutti e poi nessuno
Il cinema europeo, quello inglese in particolare, mi colpisce per questo: per lo più parla di persone, di singoli, racconta storie a sé senza farsi carico di raccontare l’intera umanità o sentimenti “globali” piuttosto improbabili.

Le Sfumature.
Le Sfumature.
Perché siamo miliardi, ognuno col suo sentire, ognuno  che non sa  esattamente com’è il sentire di un altro.
Dovresti essere un altro per saperlo “esattamente”.
Si parla infatti di “nostri simili” riferendoci al genere umano, non di “identici”
E non mi va un Dio interventista, il già deciso. Pedine predestinate, impotenti vittime di mosse decise prima della loro esistenza.
E’ vero: pende su ogni testa una qualche pesante eredità di ciò che fanno di noi (ma abbiamo un secolo per parlare di madri e padri?), di credenze,  il ripetersi di eventi all’interno del cerchio familiare. Ma non è “il destino”. Non è roba scritta nel DNA.

Non ho mai detto di avere un bel carattere. Ma non sono ottusa.
E so vedere la gente . Sò di essere brava in questo senza che nessuno me lo dica.
Sento cosa, in  una situazione, non torna. A volte molto chiaramente.  So cosa sentono o non sentono nella mia direzione, nel mio raggio.  Più con gli uomini. Noi donne siamo più inquinate, torbide, complesse.
Certe volte posso sapere qual’ o sarà il problema con estrema esattezza, solo stando in ascolto. Putroppo, il tutto poi  deve attraversare il mio “modo” , il mio vissuto, me  e il buon vecchio “buongiorno” che si vede dal mattino.
Dirlo non è necessario. Ma sò. Però lo sapevo. Già lo sapevo anche a questo giro di giostra. Ok.
Si tratta solo di cancellare tutti questi film di Karate.

Quest’anno il carnevale mi è scivolato accanto silenzioso. Non mi sono accorta che di qualche manciata di coriandoli in strada.


Oggi ho guidato nel sole.

E il pomeriggio è stato frenetico per dimenticanze.


Poi trovarsi qui, chiudere il monitor, il telefono, gli occhi.
Chiudere. Non è mai difficile.
Riportare a zero
Dormire un po nel letto, in maglietta. Svegliarsi, e,  mani sugli inguini, indici adagiati nelle fosse iliache (si chiamano fosse?), fissare immobile e lungamente il soffitto in discesa. Silenzio

Ho fatto due sogni orribili le notti di sabato e domenica. Ma ricordo bene solo Il primo.
Non era uno dei miei incubi-colossal,storie con attori e comparse, dove spesso io neppure compaio e che, qualche volta, con una certa soddisfazione, riesco a portare a fine , quasi ai titoli di coda.
Era un incubo vero.  Sarà stato il film di Tarantino.
Non ne parlerò, non ne scriverò.
Certi segnali partoriti dalla mente possono rimanere tra te e te.
Servono a te, puoi capirli solamente tu.
Ha pesantemente a che fare col sentirmi sempre indietro, sempre in difetto, sempre “dispari” rispetto agli affetti. Le persone che mi vogliono bene, una parte di me le vive come un peso enorme. E non so staccarmi da questa visione.
Ma che modo drammatico e pesante può avere l’ inconscio di ricordarti chi sei e dove sei fallato.
Posare la testa sul comodino.
Scendere dal letto e dalle scale.
Mangiare. Dolce, poi salato. Ma poco.
Bere.
Pensare, non pensare, spegnere, accendere.
Ridere. Divano. Tv


Cercare con Luca una puntata dei Puffi in streaming.
Pare, secondo una sua collega, che in un episodio, l’ultimo della quarta serie, si accennasse (non so quanto esplicitamente, non ne siamo venuti a capo) al fatto che Gargamella facesse uso di sostanze allucinogene. Chissà,probabilmente, qualche fungo o  segale cornuta, e che I Puffi non fossero altro che allucinazioni.
A volte è evidente il desiderio degli adulti di dimostrare che nei cartoni e nelle favole ci sono “i fatti” e gli allucinati. Un togliere alla fiaba la verginità.
Che , forse non si sà che le fiabe mettono in luce I peggiori e I migliori lati umani?  Gli archetipi psicologici.
Ho letto su un libro di pedagogia che non è opportuno spiegare le fiabe ai bambini. Loro le recepiscono esattamente così come sono, parlano la loro “lingua”.
Personalmente non credo Gargamella fosse un tossico.
Ricordo che conoscevo un tale Andrea che insisteva nell’affermare che “Lewis Carrol” fosse un drogato, un incallito dell’ LSD (anagraficamente impossibile, visto che questa è una scoperta novecentesca e Carroll ha visto la fine dei suoi giorni a fine ‘800) e che “Alice nel paese delle meraviglie” ne fosse il risultato e/o anche una metafora dei rapporti uomo-droghe.
Allora non mi pronunciai.
Dopo una ricerca in rete, nelle biografie ufficiali, per quanto mi riguarda, non ho trovato accenni a questa versione di Lewis Carrol, che forse doveva preoccuparsi di accuse più infamanti.
Ho trovato solo leggende metropolitane, tutte simili, tipo quei passaparola in rete scopiazzati l’uno dall’altro. Un cerchio dove non arrivi mai all’origine.

Ma il punto non è “vero o non vero”, (Un pò come quella moda di affermare con quasi-certezza che tutti i geni e gli artisti vissuti, da Leonardo a Galileo fossero omosessuali, che, a parte un bel “chissenefrega”, sono “chiacchiere”.), Il Punto è che lui, il tale Andrea, lo trovava “ganzo”.
Era chiaro da come si agitava. Come sono “ganzi” i film di Tarantino perchè “son tutti di fuori”. E non riuscire a vederci altro.
Come se in qualche modo sapere che Belushi si è disfatto, che Hendrix era com’era e che il cappellaio matto chissà con che lo faceva quel tè, riabiliti la dipendenza come ”uno “stile di vita”, gli dia una certa forza, importanza, “dignità”. Il tale a 40 anni ancora cercava “là, la felicità dentro a un bicchiere” e nella chimica. E prendeva a schiaffi la sua donna. E lei, lui. Tutto molto “cool”.

Cala di nuovo il silenzio. Poi il letto, il buio, la bottiglietta d’ acqua. Reset. Ma è come se il pulsante, premendolo, non arrivasse in fondo. Quindi inutile.

A volte, capita di rado, ho l’impressione di incontrare qualcuno che percepisce, anche se solo in alcuni momenti e in maniera non del tutto cosciente, la mia assenza di sentimenti. 
Solitamente è una figura femminile. Figuriamoci. E se c’è un filo di imbarazzo (suo) quello di sentire qualcosa che non va,  io invece mi sento sollevata, alleggerita.
In realtà non fingo palesemente di provare sensazioni. Credo che la mia indole calma e la propensione per la risata e la battuta, siano spesso il vetro scuro, che impedisce di vedere il più scuro Nientesentire che c’è dietro. A me non fa più paura.

Ci sono delle intermittenze. Una si chiama Dani. Non è che sento bene che “sento”. O certe volte, sì. O insomma, lo so. Sò che quello che sente certe volte io lo sento. 


I bambini sono le creature migliori. Anche loro possono “non sentire”, essere egoisti, meschini, inquietanti. E poi meravigliosi. Ed è vero che se entri nel loro mondo, ti vedono come sei ma non lo sanno. O sanno senza sapere. E non hanno paura.


LA Vasca e i nodi “Silvestri”

La vasca, Itunes in Random
Non ti innamori più.
Ma non ci si innamora più perchè ci si convince che non ci si innamora più?
E’ un training autogeno del disamore

Come le magre che si vedono eternamente grasse.
E una suggestione.
Ma visto dal quì e dall’ oggi e dal vapore che sale sui vetri e sulle mattonelle, l’amore non è forse esso stesso una suggestione?

Poi uno grida “Bravo !”dal pubblico. E’ un live:

“insieme magari ma stando di fronte
così ci impalliamo e si rompe l’incanto”

che questi cantautori del czzo certe volte sono come calci nelle gengive

L’acqua scende. Si fanno piccole onde con le ginocchia. La vasca è sempre un gran bel posto. E’ come stare seduti in qualche luogo “amniotico” dentro di te.

“Avevo due amici che parlavano appena
e per troppo rispetto si amavano di schiena
ognuno pensava che l’altro ridesse
e invece piangevano che pareva piovesse.”

Vorrei sapere cosa ne direbbe la psicosomatica di questi nodi ai capelli. Non ne vengo a capo. Li pettini, ma la spazzola procede dolorosamente nei fiumi di balsamo. Comincio a detestare questo pelo biondo che fuoriesce dalla mia testa. Nemmeno che andassi in motorino. Mi arrendo all’attrigo generale.

La solitudine è a dire il vero il lato che mi piace di più del non amare. Galleggiare senza intromissioni. Certe sere manca chi quando hai le tue pene mentali, le grandi seghe, i problemi a cui non hai voglia di dar fiato, chi semplicemente, silenziosamente,  c’è. Con la sua Aura. Come abbracciare un albero. Dicono che l’albero ti trasmetta la sua energia.
Solo che… ma quando l’amore c’era…C’ERA?

” C’è gente che si ama divisa da un muro
e da dietro la porta per stare al sicuro
ma se la porta si apre, è successo anche a me,
puoi scoprire che l’altro non c’è….”

Ecco…appunto…
Forse è meglio un Leccio

Lyric : “Insieme” di DanieleSilvestri. ‘Cidenti a lui.