E così sui binari in tondo gira, illudendo la ragione, questo trenino a molla che si chiama cuore (Fernando Pessoa)

“sAghe mentali”

Altri pensieri inutili per passare il tempo

Il fatto puro e semplice è che non si può essere se stessi. Non in questa vita. Nessuno. Alcuni di noi si dibattono come in un sacco chiuso, provano, si frustRano perchè vorrebbero mostrarsi come sono.
Ci provano, certo. Ci provo anche io. Ma è un gioco da perdenti. Semplicemente non si può. Nessuno è pronto a vedere il Lato Oscuro. Non alla verità.
Leggevo distrattamente tra gli annunci di incontri su un giornaletto: “40enne(uomo), sposato, insospettabile cerca uomo, riservato, per incontri occasionali “ . E ce ne erano molti simili a questo. Ma non se ne vede nessuno. E dove sono?
Dove sono tutti gli insospettabili? A interpretare un altra vita? Vivono senza essere se stessi, o comunque senza esserlo  interamente nello stesso momento? E come vivono? Stanno bene? Sentono rimorso per vivere i loro segreti altrove , oppure si sentono in colpa per aver fatto delle scelte di vita che non gli appartenevano? O per entrambe? O non si sentono in colpa affatto? Come stanno?

Così, chi più chi meno, chi per ragioni grandi o piccole, importanti o no, passiamo la giornata a scindere ciò che possiamo e ciò che non possiamo dire, perfino (o soprattutto), per dirla alla Dickens, al cuore che batte più vicino al nostro cuore, la persona che abbiamo “scelto” come compagno di viaggio. Alcuni , più evoluti, la scelgono più ingenua, o inoffensiva.
Si finge. E dopo tanti anni non si sa più quale dei nostri “io” finge. E neppure ce lo chiadiamo.
E non sappiamo se questo modo di gestirci ha a che vedere con quella cosa che quando ci soffermiamo un pò a pensare, non lo diciamo nemmeno sottovoce, nemmeno dentro …passiamo oltre, quella cosa lì…quel “non sono felice” che spesso è priva anche di parole, non ha suoni, è un sentire da scacciare velocemente.  Certe volte , nei centri commerciali, mi sembra che la gente arrivi in fretta e rimanga a lungo per tenere chiusi fuori quei fantasmi, quelle voci senza voce, che di tanto in tanto prendono lo stomaco.

Certi pensieri si dicono. Certi non si dicono. Per “non ferire”, o per “vigliaccheria”. Ma col passare del tempo anche questi motivi si scavalcano e si confondono.
Non si può essere se stessi perchè gli altri non capirebbero.

A volte io mi dimentico. Le mente mi fa brutti scherzi. E le cose che non si dicono, le dico. Perchè sì, in molte di loro risiedono le nostre insoddisfazioni, frustrazioni. Proviamo insieme a capisci qualcosa. No?
Una nuova perversione? Dopo la fedeltà cosa mai ci può essere di tanto perverso, scabroso?
Provare a mettere le carte scoperte sul tavolo?
Potresti scoprire dell’intelligenza nello sguardo altrui, la volontà di provare a capire, ad ascoltare. Ma figuriamoci.

Dimentico e dico. Poi mi pento. Perchè vengo interpretata o letta da un vissuto altrui, inquinato.

Voglio essere ferita e offesa talvolta, perchè le parole che(non) ti dicono non fanno mai male come quelle con cui la tua mente riempie quei silenzi, congetture inanellate come perline di collanine, nelle ore e nei giorni.
La mente è strana, sa dove andare a pescare, che nemmeno il tuo interlocutore più esperto potrebbe.

Quanti “io sto bene così” pronunciati e contraddetti da occhi che così tristi non ne erano mai visti.
State bene così, perchè avete sempre fatto così, perchè è sempre stato così. Perchè “siete fatti così” .

Bere o Affogare.

Prendere o Lasciare.

Di necessità, virtù

Mi viene spesso in mente il bambino non compreso o matrattato che cresce pensando che era giusto così. Era giusto.Che era troppo irrequieto. Colpa sua. Colpa sua.
Perchè dire a te stesso che i tuoi genitori non ti amano , non ti hanno amato abbastanza è così innaturale, inumano, così contro l’ordine delle cose e dell’Amore , che devi difenderti, difenderli i tuoi genitori  e allora  perfino recitare questo dolore cieco che se non sono amato è colpa mia  tutta una vita è  più sopportabile .

Così come mi viene in mente quanti hanno così tanto da dare umanamente, affettivamente, e hanno davanti a sè tutte le chiavi per essere felici poi finiscono per sciupare sempre tutto. Per non volersi abbastanza bene. Per non pensare di meritarlo. Per credere che va bene così.

Non so se tra i due pensieri ci sia un nesso. Io non ho nulla da dare oggi. Mi metto in stand-by.

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Age of Aquarius & Co

Oggi, in barba alla suina, sono andata a trovare Amelia, che, tra le varie ed eventuali mi ha illustrato possibilità di trasferimenti lavorativi in Neozelanda. Per convincermi della validità della cosa, mi ha fatto vedere dei filmati di Rugby degli All Black.
Certamente ho imparato cosa è un Haka.
“È la morte, È la morte! È la vita, è la vita!”

Avrei voglia di comunicare in una lingua diversa. Of course.
Magari col tempo ci troverei nuovi intraducibili sensati vocaboli per esprimere cose che non sò esprimere nelle mia lingua madre. Che sono tante. Io non lo so fare. Che cazzo di limite enorme.
Non c’è niente quì che io non trovi anche al ritorno, o che non possa aspettare.
Nessuno a cui possa mancare quel tanto che basti a far nascere la colpa nel fuggire o la voglia di rimanere.
Un tempo avrei aggiunto…”Escluso il cane”.

Tornare a casa la sera tardi, come venerdì scorso, con gli occhi, a dire altrui, tristi,  è ancora girare la chiave nella serratura e e trovarsi , gesto senza gesto, fulmineo e involontario, l’orecchio teso nell’attesa di sentire uno stiracchiarsi e passettini sulle mattonelle per poi lasciarmi  andare a sedere a terra, tacchi, borsa e tutto a giocare con Aisha, sedersi fuori insieme su gradini, 5 minuti, al freddo, nella notte. Mi manca. Mi manca ancora. Mi manca. Prima di salire ho preso il collare, appoggiato sulla libreria e l’ho fatto tintinnare più volte. Per sentire quel rumore. Il suo. La medaglietta che batte appena sull’anello. L’ho posato sul cuscino.

Nell’arco di 10 ore ho avuto un paio di abbracci, davvero degni di nota. Di quelli che fanno salire la lancetta  dell’ego, sentire più donne, creature di Dio, abbracci che riabilitano figure maschili e fanculo Darwin.
Tutto nella testa però. Nessun brivido interiore.
Robi. Non sò e non voglio collocarlo. Ho capito molte cose in questi mesi. Che le parole dette (da lui), inascoltate tra me e me, sminuite dal mio modo caterpillar di schiacciare e macinare tutto con una certa calcolata noncuranza, non erano dettate, da una sua crisi della quarantina. Me lo dice la sua faccia e come mi guarda, la sua misura. Non le parole, ma ciò che le accompagna. Io non pensavo che (io?) potessi fare ancora quell’effetto su un uomo sano e normale. Anzi, fantastico. Non voglio nemmeno ritrovarmi a “giocare” col mio più caro amico.

L’ altro abbraccio, mi ha chiamato “passione” e se stringeva appena di più, mi spezzava il collo come a una gallina, mi faceva saltar via le costole e quel pezzettino di cuore che pompa sangue quà e là.
Da un attenta osservazione, credo che V. abbia quel famoso “segreto” di cui tanto si parla. E non ha letto nessun libro, niente circa il pensiero positivo, la legge di attrazione ecc. Gli piove addosso “fortuna”, attira tutto ciò che vuole. Ivi compresa me.  Quando ce l’hai accanto…senti questo magnete . Ma non glielo vai a dire. No. Non io. Non voglio essere tacciata ancora di essere troppo “New Age”. Poi L’inconsapevolezza ha qualcosa di magico. Vorrei averne a secchiate.

Visto che ormai mi arrampico sugli specchi, tentando di esprimermi per disperate metafore, oggi ho trovato la mia.
Mi sento come un oggettino di design, oppure una chincaglieria in un mercatino dell’usato, che tanto è uguale.
La gente passa, guarda e  tra tanti ninnoli, rimane colpita. Mi guarda, mi prende in mano,guarda il prezzo.

E  puntualmente dice:
“Mmmh”,
“bello”,
“interessante”
…”però non lo terrei mai in casa mia”.

Magari stona col resto della mobilia l’oggettino.           O “soprammobili ne abbiamo fin troppi”.
Forse sono solo troppo Kitch. Sono Kitch.

Voglio reincarnarmi in un addobbo di natale. Un puntale.


blablabla (in silenzio)

-ci sono periodi fatti di incomprensione e incomunicabilità, fa parte del “gioco”

poi bastano 10 minuti per riportare tutto a livelli.  il precariato l’hanno inventando prendendo a modello l’umana natura.

-non sono giorni per scrivere fuori dalla mente. scrivo dentro. e sovrascrivo
-scarabocchio, anche

-sono giorni di materia e di cose pratiche. cose che detesto.

-gioco a scacchi con x. perdo perchè investo sulla difesa e stento ad attaccare.

– x è furbo, io sono intelligente

-comunque perdo. per adesso

-gioco a scacchi col computer. e perdo.

-Jack Johnson è ancora in auge- Più piove e più mi fa “spiaggia”intorno

-Non sono polemica per natura, lo divento inverosimilmente, quando si toccano le basi dei rapporti,  polemica e noiosa all’inverosimile. Una palla. Mi do fastidio.

-mi allontano
-mi allontano?

-un giorno una cosa(parola che riempie ogni vuoto, il jolly, quando non vuoi usarne un altra perchè non hai ancora deciso quale o non vuoi dire) è importante, è un sentimento, poi , improvvisamente , non ci penso per giorni interi.
E’  solo perchè “devo Decidere io” ?
Se lo fanno gli altri, mi vesto di dolore e non l’accetto ?
…gli altri…l’altro.

-o dai-e-dai, anche io mi annoio ?
-mi annoio?

-Mi annoio o me la racconto?

-No, perchè se me la racconto, me la racconto, ma se mi annoio, poi mi annoio.

-Non fanno una grinza i miei concetti allo stato attuale.

-Nei miei “fai da te”, devo ricordarmi di prendere in considerazione di imbottire le pareti della mia stanza.


Cose & Non cose


Quando ho a che fare con materie sconosciute, mi metto semplicemente lì. Davanti. Io e il mio poco senso pratico, io e la mia testa altrove, letteraria.
Imparo ad usare il trapano se devo fare un buco nel muro.
Guardo com’è fatto un mobile, o l’aspirapolvere, lo smonto, senza risultati certi, disperdendo ore non perse, in assenza di conoscenze tecniche.
Lo faccio quasi sempre sola. (Sconsiglio fervidamente di montare un armadio da solo per altro.) Scarto un mobile, imparo i prodotti da usare, leggo tutte le etichette, mi documento .
Mi adopero per costruire una cabina armadio senza forare il pavimento. Ho avuto a che fare con diverse caldaie. Sono toste le caldaie. Mi cambio la gomma alla macchina dopo averlo visto fare.
Aggeggio sul pc, sulle funzioni, le potenzialità, imparo testardamente da sola, passando delle ore su una singola cosa che mi interessa che mi affascina. Non sono un informatica, non sono un idraulico, nè un genio.
Cerco soluzioni ai problemi.
Cerco passaggi nei cunicoli.
Guardo, penso, studio, deduco.
Innalzo la logica laddove posso.
Vedo un mobile al mercatino non come è , ma in tutti i suoi possibili(spesso ignoti o non soddisfacenti) “sarà”.

Tutto ciò non esente da errori. Sono capace di grosse cappellate. E spesso mi perdo nelle questioni più semplici. E faccio casino e disordine, mi perdo gli arnesi mentre li uso.
Non finisco molte delle cose che comincio o le tengo in sospeso per mesi, finchè non mi torna “il momento”.
Ma voglio capire, fare, disfare, talvolta sfidare la mia ignoranza.  Non fa niente se ci metto tre volte più di un altro.
Sono lenta.
Sempre.
In tutto.
E non è sempre un male. E non mi turba.
Non è, la mia, fame di conoscenza. Spesso dimentico le cose che imparo.

Ma ecco, quando mi trovo davanti ai sentimenti, non riesco.
Non voglio studiare, vedere, non voglio sapere come sarebbe giusto e produttivo agire.
Non voglio un tracciato. Non voglio “lavorare” per ricevere.
Voglio…Vorrei solo star lì a vedere se spunta il seme dalla terra per il solo mio star lì con gli occhi sulla terra.
Poi, magari averne cura, preservarla come la natura, l’attimo te la dona, difenderla perchè è la tua rosa.

Vedo donne (ultimamente, mia cugina), “lottare” per avere un uomo.
Spendere ogni energia per averlo. Mi chiedo se sia “naturale”.
O se forse , non abbia ragione lei.
Mi chiedo se poi davvero si possono conquistare i sentimenti del prossimo, quando non sono impostati di “default”, nella tua direzione. E me lo chiedo, non retoricamente, semplicemente me lo domando.
E infine se non siano già tante le cose per cui ti devi far zampillare il sangue in questa sordida,meravigliosa vita, che almeno la mano che accarezza il tuo viso, possa arrivare senza artifici e interventi.
E rimango lì , davanti. Io sono una che getta la spugna sul cuore. Poi disinfetta con la saliva. Non faccio niente.
Torno a fare buchi nel muro, a leggere etichette dello smalto all’acqua, degli olii restauratori, magari smonto la vaporiera.
Che è meglio (come direbbe puffo Quattrocchi).


Approposito (divagazioni fuoritema)


Io trovo che impertinente sia “carino”
Se ti danno di “testa di cazzo”, ecco, quello lo trovo impertinente.
Anche se poi nemmeno vuol dir nulla.
Come “stronzo”. Insipido. Sono termini generici.

Ma che cosa è offendere?
Per quel che mi riguarda, “Viscido/a” è la parola più offensiva posso rivolgere a qualcuno.
Solo il suono evoca immagini striscianti di lumache, ed è chiara delineata, diretta, precisa.
Ed è una caratteristica umana (Huriah Heep descritto da Dickens ancora mi fa accapponare la pelle) che detesto e schifo con tutto il mio essere.

Credo che offendere davvero sia colpire nel segno, premeditatamente.
Il che richiede fantasia, prontezza, osservazione, studio e conoscenza del soggetto da offendere, quindi una certa dose di intelligenza.
I cretini non sono offensivi, se non per il fatto di essere dei cretini.

Ci sono le offese mirate :
Se vuoi offendere un uomo (tu, donna)
, 99 a 100, cala l’ascia (in senso morale, sennò poi un uomo, davvero non serve più a nulla…) sotto la cintura.
Certo va fatto con metodo.
Sono diventati più scaltri questi maschi, non glielo puoi più buttare lì così un
“ce l’hai piccolo”.
Va insinuato il dubbio, con sapienza. Ad Arte.
Loro c’hanno l’identità sessuale in rilievo cubitale nel dna,
c’hanno le ansie da prestazione, l’erezione

(noi no. E val ben la pena il ciclo mestruale a paragone!)
…e su quello fondano il 99,99 della loro stabilità emotiva e della loro vita.

Se vuoi offendere una donna (tu, uomo), la donna, che pure è più profonda nell’anima,
si colpisce esterna, facile, frivola, facendola sentire “come le altre”,
guardando una più magra o più formosa (una con quarta coppa c funziona sempre)
anche senza dire niente, che tanto lei c’ha gli occhi come i camaleonti,
ruotano indipendenti l’uno dall’altro e vede, vede anche quello che non vede a volte. Abbocca subito.
Altra versione: fare chiari paragoni con le altre, commenti sul di lei trucco o pettinatura (“quel rossetto fa tanto Moira Orfei”).
Per l’imbestialimento intellettuale e assoluto, il K2 dell’offesa è far finta di non ascoltarla…(FINTA…si fa per dire…mica ti ascoltano quelli…)

Poi ci sono le offese casalinghe, caserecce. Al di fuori della cerchia gli offesi,non comprendono pienamente spessore e importanza. Ma chi offende sì.
Tra la mia gente è diffuso il termine “Avvilito”.
“Sei un avvilito/a”, “Sei un povero avvilito”.
Ce l’ha IMPARATA Amelia . E lei è la “Ceo”, è lei, l’Osho della bestemmia e degli epiteti fantasiosi. Auguri di morte e malattie rarissime, come piovesse.
In realtà Amelia, intelligente e colta , è così divertente che tutto quello che le esce dalla bocca santa, assume forme e sfumature troppo esilaranti per sembrare brutto. Ma diventa Amelia’s show.
Non escludo affatto che le vittime dei suoi sproloqui possano innamorarsi di lei.
Un suo cardine è l’uso di “povero” come rafforzativo.
Sembra che non cambia ma cambia parecchio dire:
“Sei una testa di cazzo” e “Sei una povera testa di cazzo”.
Eeh se cambia.

Al centro italia non ci sono filtri, nè limiti in fatto di offese, nè etica, perchè le si soffiano al vento senza attribuirgli un significato profondo, si vociano, quasi gioco di prontezza e velocità.
Per molti toscani la bestemmia è un intercalare (ma anche i veneti non scherzano , ho notato).
Non risparmiano nessuno. Sono quasi convinta che la causa maggiore delle risse nei locali, con gente del sud, che culturalmente si sà, al sud madri (e santi) godono perlopiù di un immunità “diplomatica” , siano dovute a frasi quali , per usare un lieve esempio:
“Maiala di tu mà” o versioni
“Maiala tò ma” ,
“Maiala to mae”,
“To pà cane” ecc.

Infine, sì, ci sono offese che nella giusta personale chiave di lettura, puoi trovare quasi piacevoli.
A me hanno detto che sono “un guaio”.
E Lipperlì(stecco liquirizia) mi è sembrata una carezza.
(Ma sono/ero un guaio, davvero.)
Spesso assai mi han dato di saccente e snob.
Poi sono diventati i miei più cari amici.

Il termine storico, quello in calce, il mito, per me rimane :
“Bottana Industriale”,
E dal film in questione se ne potrebbe estrapolare un manuale di ingiurie.


Certi giorni fanno proprio vomitare

Eppure ho riso, eppure ho parlato, interagito, risposto. Come ogni giorno.
Sono stata bene.
Eppure chiusa la porta di casa, ti sei trovata abbracciata alla tazza del cesso, nemmeno ti ci fossi fidanzata.
E le hai donato tutto quello che avevi in corpo.
Questo corpo che vedo cambiare solo io, che misuro e taro.
E c’era tutto il dentro a scivolare dentro la ceramica in dolorosi sussulti.
C’era il lavoro legato a doppio filo con chi dovrebbe biologicamente amarti invece torna nella tua vita guarita e riemarginata , CAZZO, lo sapevi , cazzo perchè non hai lasciato perdere, un anno fa.Conoscevi i rischi e sapevi del fallimento. Lo davano niente alla snai.
Tolto lui, David, estirpato come un pezzo di vetro in una mano, via dalla mia vita, col dubbio enorme che l’avessi disegnato nio, solo io nella mente, quello speciale rapporto, e lui, colorato con i colori più belli che avevo , sia invece bidimensionale, solo un tratteggio superficiale ,solo un disegno, solo uno come tanti .
E l’emorragia nel togliere quel pezzo dalla carne è dover essere obiettiva e dirmelo.
E il bene dove è? E la materia? Non lo saprò e di colpo non me ne frega più niente.
Perduta lei, dolore.Eppure non so che dirle, non so parlarle. Vorrei abbracciarla a piangere, ma non cancellerebbe la mia assenza, il mio non esserci mai per lei, nè la sua delusione. E non posso. E forse non può-Forse non ora. Non lo sò
E questa casa , l’unico punto fermo: la porta e le pareti che si aprono sul mondo e sugli orti o si chiudono intorno a noi in quella dolce sensazione che fa dire “…a casa(un abbraccio)”, ecco che anche lei traballa. Vogliono sezionarla, toglierle un pezzo, venderlo. E pensare di lasciarla proprio adesso, non riesco, il mio “asilo politico” dai casini.
Però…c’è la salute.
E tutto quanto sopra posso lasciarlo nella tazza e tirare lo sciacquone. Forse.
Qualcuno là fuori pensa solo ai saldi e all’aperitivo. E giuro che l’invidio.


Risposte

E la vita risponde. Molto Baricco

Se Pessoa , preferiva non essere conpreso, perchè essere compresi per lui era protituirsi, se lui preferiva essere “preso seriamente per quello che non era”, io invece mi frustro parecchio, umanamente, per non essere compresa, nelle mia fondamenta.
Se non nella mia essenza almeno la membrana, almeno toccare la parete più esterna della mia parte interna.
Giusto un poco. Ancora colpa mia che so comunicare per scritto e sempre comunque male e con l’orale sono prolissa, confondo me stessa e gli altri. Ci si mette l’interlocutore che talvolta preferisce leggere altro in ciò che dico e chiedo e mi decide addosso un vestito non mio. Io sono scomoda. Anche a me stessa.

La colpà morì fanciulla.
La colpa stà lì, distribuita più o meno equamente.

La colpa non è importante. Non conta proprio nulla. Cogliersi conta.

Dopo la crisi del diaframma e del buio e degli incubi, il repiro torna regolare, il battito riprende il suo flusso.
E dopo le risposte, belle o brutte, non fa niente,VERE, questo solo conta,
cala una specie di quiete, la serenità, il silenzio asciuga le lacrime. Silenzio dentro. Magari se mi ascolto, sento il mare.

Ubik tira una linea e poi a capo, accompagna questo gesto della mente con un sospiro. Poi silenzio.

E poi…poi mi è venuta una gran voglia di giocare a Tetris, quello vero, quello con l’omino sovietico e la musichina, le sfide complici al Bar della Pubblica ! Forse perchè ero brava a quel gioco, io, storicamente inabile. Ero brava, almeno lì, a sistemare i pezzi.


Le risposte arrivano anche per sms. Oppure non arrivano.

” Ciao bionda. Sono in bagno in roulotte e di là ci sono tutti. La voglia di salutarti è troppa. Ti voglio bene. Roby. ”

07-o6-2008 17,31

Domanda. Domanda alle strade, al cielo, alla luna, alle fronde degli alberi, ad un Dio, al niente, all’universo, alle lucciole, a tutte le stelle che ti entrano negli occhi. Domanda. Poi rimani in attesa. Capta. E riconosci le risposte.

Scrivo e in tv c’è Mina. La sua aura di facino e una tv in bianco e nero che mi piace tanto. E poi De andrè.

Con le chiappe a terra, ci sei tu. E ragioni a voce alta, ma dentro, solo dentro:

calo di desiderio
Proprio con te che mi piacevi così tanto.
No…non a me.
Calo. Assenza.
Sì, proprio a me.
Perchè? Boh.
Non è vero. Sò il quando.
Ricordo il momento che è successo.
Un interruttore. L’ho sentito fare click.

Certo, è successo in passato. E’ successo nel disinnamoramento, ma era diverso, era un altra cosa. Era un calore che piano si spengeva. Nessun interruttore. Non il black out. Poi, per giusta regola, prima di disinnamorarsi bisognerebbe innamorarsi.
E non è mica un evento che passa inosservato. No?
Non è mica la febbre che a volte ce l’hai e non ti accorgi.

E poi le cose che volevi in ombra, ora le vedi illuminate e semplici. Fuori invece piove.

“A volte non butti via una cosa, solo perchè potrebbe raccoglierla qualcuno.”
Non è una cosa, un oggetto. E il concetto è piuttosto ridotto ai minimi termini. Ma a grandi linee, rende l’idea.
E’ priva di leggerezza la sincerità, e quella con se stessi, rimane sempre la più difficile.
Pensavo di essere grande, e parlavo di sentimenti in modo maturo. Pensavo di essere immune da questi “giochi”. E invece ci stavo dentro.
Cazzo
Cazzo
Cazzo


Oggi ho mal di testa. Lo ignoro. Ma c’è.

E comunque il problema non sussiste. Non saremo mai coppia.
A prescindere da te. O da me.
Perchè tu non parli con me.

Sì, mi racconti le cose che ti succedono. E mi piace.
Ma non c’è un vero dialogo. Non parli con me.
“Preguntame” un bel cavolo.
A volte sei così per niente scontato che mi stupisci.
E sei paziente. O è pazienza o non te ne frega.
Ma non parli con me.
Non rispondi ad una sola delle mie domande.
Mi leggi pure due volte.
Ma poi è tutto uguale a prima.
E come dovrebbe essere?
E’ vero, hai ragione tu.
Ci sono giorni indaffarati, ci sono i momenti solo per sè. Ci sono le sere che ci si addormenta ad un terzo del film. C’è la noia. E mi piace la noia. Ha un buon sapore quella noia.Mi piace vedere un viso che dorme.
Ma io non sono uguale tutti i giorni. Cambio.
Non tutti i giorni mi va bene.
E non mi va bene che non sono mai io a decidere.
Tu non lo sai, ma se poi mi chiudo, visto che per me stare aperta è un lavoro, poi mi chiudo davvero. Mi silicono.


Blablabla

Un mezzo pomeriggio per me. Come sempre non so’ ottimizzare il tempo. Già mi sfugge.
E’ bello avere tempo da perdere, mentre io nel tempo mi perdo e son sempre a rincorrere scadenze scadute. Devo andare in comune. Ma la palestra. I 5.7 km orari sul tappeto rotolante che ieri era il primo giorno di palestra, oggi sarà una “copertura” per buttarsi poi nella sauna a gongolare.

E guardarmi intorno. E guardarmi un poco dentro.
Ti sbagli amico di una sera. Poi di molte sere. Se c’è una a cui non piace star male, è quì. Ora. Proprio no.

Devo bere più acqua. Devo bere più acqua .
Nel parco Fabri reduce da due-dico-due lezioni di meditazione ci ha provati.
E sentivo i rumori, uccellini, voci, rumori più lontani. Finchè la mente si allonanava, tornava sulla concretezza dei giorni che ci sovrasta e noi lì a rincorrerla , a riacciuffarla per il bavero, per riportarla tra il fruscio di foglie, quaqquà di papere, con la voce guida di fabri.
E come già sapevo, ho saputo quanto difficile è diventato, quel che un tempo era naturale. E l’incessante faticoso. Un urlo interno in una camera priva di ogni ribervero. Un tonfo muto. “Orrrrore” avrebbe detto un signore che sbuca dai miei ricordi infantili di strane invenzioni, un pappagallo e un big bang.