E così sui binari in tondo gira, illudendo la ragione, questo trenino a molla che si chiama cuore (Fernando Pessoa)

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Perdere qualcuno che non possiedi

Perdere qualcuno che hai, che NON possiedi, bada bene, ma che E’ parte di te non è affatto semplice.

E dico, “non è affatto semplice” consapevole che non c’è frase tra i miei vocaboli che possa spiegare cosa sento. 

“Parte di te”, come un incontro che dura da una vita, una presenza che perdura nei tempi anche nelle assenze. Senza retorica,almeno fino ad oggi.

Prendere coscienza che adesso, dopo tutto questo tempo “insieme” dove la parola Insieme aveva un significato cosmico, diventa assenza vera, è un detonatore che ti esplode un buco nel petto, grande tanto da passarci una mano, da vederci attraverso.

Cammini verso casa, con le chiavi in mano, con la sensazione di Vera solitudine, assaggi la vera solitudine nella sera fresca, in strada tra I lampioni, nel mondo e pensi che se passasse qualcuno adesso potrebbe vedere attraverso il buco nel tuo petto I giardini, gli alberi, I lampioni, la strada, attraverso te. Ecco La solitudine cosmica. Asettica. Priva di parole di dolore. Silenziosa. Silenziosa come le lacrime.

Perdere qualcuno che vive, non è meno disarmante di perdere qualcuno che muore.

E non mi sono sentita me stessa, ma un alieno in visita sulla terra. A tratti, stupida, annoiata di me del mio fantasma. Non c’erano gli sguardi che ci si capisce al volo, non erano per me almeno.  C’erano I ricordi di quell’ intesa. C’era il mio affetto silenzioso in disparte, il mio sguardo ammirato per tutto quello che è stato e che sei per me. Non il caffè ma il ricordo del caffè. Come si guarda un isola distante. Come due amanti che non si amano più ma ricordano I tempi che furono e le sensazioni provate e I momenti condivisi.

E non sai (o in fondo lo sai) se potrai averla mai più quella parte di te che ora è al di là della strada, non troppi metri in là. Così vicino, tremendamente lontano. Pochi metri di assordante silenzio.

 
Digressione

Delle morti cel…

Immagine

Delle morti celebri lascio parlare gli altri, che solitamente riempiono programmi con inesattezze varie sulla vita di artisti, documentate (male) all’ultimo momento.

Ma questa no. Questa mi tocca e mi manca già come se lo avessi avuto sempre quì sul tavolo nel grande e  incompleto puzzle del mio mondo e della mia vita, un pezzo unico e originale fatto di tanti pezzi, un intero angolo del quadro.

Oggi. La Tv Spenta, il mac acceso in prossimità mentre pranzavamo e sulla Home di Deejay vedo un “Ciao Lucio” e penso…”No…perchè…?”
Clicco e si apre la pagina di Repubbilca e insieme, io e Lu gridiamo insieme “No!”

No, perchè se già conto sulle  dita quello che compone la personale memoria di ciò che chiamo “Poesia”, un altro dito si abbassa.

No, perchè quando a Sanremo ho ascoltato il pezzo il mio pensiero è stato che Dalla è diverso, che se  c’è un tempo per ogni cosa, che se l’ispirazione finisce e anche I cantanti che ascoltiamo da sempre, seguiamo da sempre, proprio come chi scrive, chi dipinge, chi si dedica a un arte, finiscono la loro “ispirazione” lui no.

Io on sono un fan fedele. Cambio idea, non per moda, ma per spirito critico e in virtù di questa musa che scompare, scompare per tutti, a volte appare di nuovo o a volte no.

Ho smesso molti anni fa di comprare album di Ligabue e mi infastidiscono I pezzi di Ramazzotti con 4 parole messe in croce sull’amore di “oggi”.

Ma è normale . A un certo punto non si ha niente da dire. Anche io nel mio piccolo comincio a scrivere solo banalità…ma appena mi accorgo che non son più mie le parole ma parole al vento per gonfiare una vela, smetto. E non scrivo più per mesi, sfioro l’anno.

Ho pensato tutte queste cose ascoltando il pezzo, molto bello, portato da Dalla con il giovane cantautore dalla faccia un pò di una volta,pulita I denti imperfetti, molto bravo a interpretare la canzome e del quale ora mi sfugge il nome, la voce del maestro come lieve accompagnamento, l’imprinting “Dalla” che mi piace tanto e ho pensato che lui no. Lucio Dalla è ancora ispirato. Non fa per fare. Ha ancora qualcosa da dire

E’ sempre stato per me l’incarnazione nostrana del “Genio” puro, irregolare, che non si inquadra, a sè stante,

Sai quei cantanti che scrivono canzoni che anche se non le conosci, dalla parola prima indovini quella dopo? Ecco…Dalla NON era questo. Era esattamente il contrario. E ciò mi ha affascinato sempre. La totale assenza di banalità che molti inseguono per lui era cosa naturale.

Una volta De Gregori a radio deejay raccontò che Dalla entrò in studio mentre lui registrava un pezzo e cambiò arrangiamenti, dicendo che si doveva fare così, era fatto così, posseduto dall’arte, ma poi, due giorni dopo se ne scordava.

E mi piaceva (sempre in riferimento all’ultimo pezzo di Sanremo) sentire che ancora qualcuno,in questo mondo “patinato” fatto di “Amici” dove stiamo diventando un po “Ammerigani” e vogliamo vedere solo il bello, spazzare la parte troppo “vera” di vita sotto il tappeto perchè mostrare il dente spezzato, la parete scalcinata “sta male”, c’è ancora qualcuno che non ci preoccupa di cantare dei margini, delle prostitute, tanto cari a De Andrè dell’altra parte di mondo nel quale siamo immersi mentre facciamo finta di essere distanti, al di sopra, al di fuori.

Il mondo di Dalla, la genialità dei testi mai prevedibili, la musicalità, mi colpirono in gioventù tanto da convincermi in quel mio periodo totalmente anglofono a tornare ad ascoltare la musica made in italy per scoprire che c’era del bello e del meglio. E tanto.

Infine uno dei più bei ricordi della mia vita: nel 1980, in campeggio, imparavo ad andare in bici senza le rotelle a suon di “Balla balla ballerino” che veniva dallo stereo dello zio, centrando vari rovi (naturalmente irti e spinosi).

Non sapevo allora che quell’album sarebbe stato da grande uno dei più amati e frullati nel mio walkman , (guarda caso sempre nelle mie escursioni ciclistiche), con sonny boy nel “parco della luna”, “mery luis”, “Cara” e la mia amatissima “Siamo Dei”. Uno di quegli album che lo ascolti tutto, non riesci a soffermarti su una canzone. Spiritoso Dalla, ironico e poi ti colpiva al fianco con dei pezzi d’amore così “a fondo” che ti facevano scordare la sua faccia buffa che li cantava.  Perchè quella faccia e quella voce erano perfetti così.

Oggi una lacrima voleva scendere e si è moderatamente trattenuta, ma non nego che io Dalla l’ho spesso pianto da vivo, perchè la sua genialità spiritosa e il chiedermi come gli “uscissero” quei pezzi  mi hanno spesso commosso.

“Johnny don’t Cry”

Non si ha che da aspettare, con Springsteen che canta dal 1973,come sottofondo a tutto ció che della mia vita mi piace e non mi piace
Si aspetta una voce al telefono che chiami a rapporto per un responso o una voce al telefono che chiami per dire che va tutto bene, interrompendo il cerchio dell’aspettare. O si aspetta che il telefono non squilli mai, che niente si sappia e una nebbia sfumi in camera come certi finali sospesi dei film.
Una parte di me razionale ed energica sa di non avere nulla di cui preoccuparsi e di tanto in tanto durante i pomeriggi me lo grida dalla bocca dello stomaco ai padiglioni, che io possa sentirlo forte e chiaro. L’altra parte, quella malinconica, sussurra pensieri impastati e dubbi, specie al mattino quando mi tiro su, mi siedo sul letto di scatto. Sono sempre sola, come sola sono a notte fonda quando mi addormento e i sussurri si fanno più nitidi.
Si tratta di Aspettare,poco, che ci dovremmo essere, i giorni sono passati. Non mancherà molto.

Intanto Immagino.
Immagino un uomo col camice che sa il mio nome perchè lo vede scritto sui suoi fogli ma non sa, ne vedrà la mia faccia se non come casuale ignaro passante, eppure è già al corrente del mio domani più o meno complicato.
Dopo aver dato il cambio al collega, dopo aver analizzato, immerso in liquidi, giocato rispettosamente al piccolo chimico con un mio pezzetto, prenderá un caffè accarezzandosi il collo indolenzito e pensando che si fermerà a comprare un gormito all’edicola o un giornalino da colorare, tornando a casa, per suo figlio che ha la febbre.
Poi tornerá ad analizzare, compilare dati, e conoscerà i miei giorni a venire e scriverà parole accanto al mio nome. Fará una faccia, un espressione empatica, l’uomo che vede ogni giorno pezzetti di persone che non conosce e che viene a conoscenza prima di tutti gli altri, medici, chirurghi, oncologi, dell’ anteprima del loro domani. Domani come tunnel o rinascite. E ogni giorno farà il suo lavoro e le sue facce e sarà un po triste o sollevato per altri visi che dopo di lui, come lui “faranno facce”, che lui non vedrà. A volte tornerà con gli occhi a cercare le date di nascite sui suoi fogli per stabilire la media di ingiustizia della vita e della sorte.
Io aspetto. E io sto quí a domandarmi che espressione avrá l’uomo con il camice.
Perchè se potessi vederla non aspetterei piú. Ed è giá tanto.

Anche se la mia vita non puó dirsi propriamente eccitante pensavo mai che mi spuntassero le palle

“sono un chirurgo di una certa bravura, potrei aiutarti per quella gobba…!”
“quale gobba?”

(Frankenstein Junior)

Ho scritto, cancellato, abbozzato, sbozzato, cancellato bozze e scritti.
Ho incrociato le mani e mosso nervosamente le dita.
Ho incrociato le mani sul petto per vedere che effetto fa.
Non già guardando il soffitto, ma lo schermato di questo mio iPad, dove è piacevole lasciare le dita sfornare parole sfiorando tasti virtuali. parole. E poi cancellarle o chiudere tutto senza salvare.
Perchè poi, alla fine non avevo e non ho alcuna voglia di raccontare tediosi dettagli di quella mattina, a metà dicembre, che mi sono svegliata con uno sgradevole torcicollo e tentando di scacciarlo con una doccia calda, le mie mani scivolando sul collo, verso le spalle, hanno trovato una pallina da Ping pong sulla mia clavicola destra..
Non ho voglia, perché mi risulta noioso, riferire di dottori, medico base, ecografo, ematologa, chirurgo, e di opinioni e prudenza, di calma, confusione e silente tranquilla paura.
Paura nata dall‘attesa dei risultati di questa tourné ospedaliera. Che a forza di aspettare anche la paura si è annoiata, affievolita, addormentata.
In realtà i medici si sono mossi con velocità, grazia, professionali e garbati, comunicando con me e tra di loro, rapidamente, una volta stabilito che il linfonodo, questo il nome formale della pallina da Ping pong, non è uno ma un intera famiglia, tutti assiepati su e giú per le mie clavicole. E sono tondi. Tondi, non a fagiolo. Eeeh, perchè sembra un dettaglio di “forma”, invece, per gli edotti ha importanza.
Le opzioni sembrerebbero  due: o si tratta di un virus, un influenza oppure un linfoma o giú di lí nel qual caso, opzione due, “raramente benigni”,(” grazie dottoressa!”). Ma poi mi consola con “si possono curare” (“stica!”). Comunque,  nessuna diagnosi finché non abbiamo tutti i dati.

Le analisi del sangue hanno escluso un virus o un infezione. Opzione uno si dissolve così, nel nulla.

Ora manca la Tac.

Nel frattempo si è deciso per un piccolo intervento, il prelievo di una pallina, per esaminarla. L’ho ceduta a malincuore e per il mio primo in assoluto intervento chirurgico, se escludiamo un dente del giudizio, col chirugo, coetaneo, affascinante, competente(anche in fatto musicale, a occhio e croce), abbiamo ingannato il tempo parlando di musica e cantautori, mentre mi ricuciva.

Sulla parete della sala di aspetto per le analisi di rito pre-intervento, albergava un bel cartello che avvertiva che “la TAC non è innocua, una tac equivale a 100 radiografie”. O 200, non ricordo bene. Questo esame, dopo il quale, secondo le mie fantasie da sala d’aspetto, faró numeri da circo come “la donna radioattiva” servirà per vedere se ci sono altri linfonodi accesi nel mio collo, torace, mediastino. Tutto quí. Il giorno 24

Il mio primo pensiero quella mattina di metà dicembre, guardando attentamente la pallina allo specchio è stata la battuta sulla “gobba” Di Mel Brooks, il secondo è stato, che, sticazzi (non affatto fuoriluogo), IL 10 GIUGNO HO I TANTO SOSPIRATI BIGLIETTI PER IL BOSS! Una figurina del mio album Panini dei Desideri che va finalmente al suo posto.
Poi, colta da lieve nausea, mentre mi recavo dal medico ho pensato ” ti immagini se ti dicono nella stessa frase che sei incinta e che morirai…?” un idea da libro, magari già scritto. Ho ricordato un commovente, vecchio film con Michael Keaton dove si verificava questa situazione, naturalmente lui non era gravido, ma non-futuro padre. Seghina mentale per ingannare il cervello.

Pensieri di ogni tendenza hanno giocato a saltarella nella mia mente.
Magari qualche mese fa leggevo del Linfoma di Hodgkins di Dexter e ora ce l’ ho io. Asintomatico. Come 3/4 dei colpiti.Nemmeno il calo di peso. Sfortuna nella sfortuna. Bè, meglio un Hodgkins che un non-Hodgkins magari.

E poi che fare? Dirlo? Non dirlo? A chi? Lo sa la Meni, la strega Amelia e pochi altri. Meglio essere vaghi e assennati. Magari c’è una terza opzione e quei l’infondi si sono accesi solo perché ne avevano voglia. L’ho scritto a Sofia, perchè anche se è piccola, c’è una sorta di legame mentale che mi sospinge a confidarmi.
Poi basta. Ho pensato che se avessi un linfoma, cavolo ci sono molte cose che dovrei fare e sono al sollito lenta, pigra, presa da altro, sempre. Perennemente indietro.
Da tanto non vedo Ilaria, la mia amica da più tempo, devo andarla a trovare.
Poi che só, potrei pensare di recuperare un amica perduta e farmi dare un abbraccio e un bacio se le dico che mi rimangono pochi mesi di vita. Forse. Solo se è una cosa mortale peró, altrimenti non so se vorrá abbracciarmi.
Vorrei una vacanza con Sofia, stare con i miei nipoti che per cause logistiche, non vedo crescere. E i viaggi che ancora vorrei fare? Mi manca da vedere il Fantasma dell’opera e posare due petali sulla tomba di Dickens che mi ha introdotto all’amore per la lettura in gioventù, sepolto a westminster.
C’è da rifare il camino di Santiago e andare alle Azzorre con la Meni e in India con Lú. E New York? Bè, per quanto riguarda i viaggi sono di larghe vedute.
E poi, si puó mai morire senza rivedere Lisbona? E quella località segreta, dei miei sogni, un pó piú a nord?
Si puó?
Sí puó fare?
No, nel caso dell’ opzione due, devi stare quí e curarti. Con cure uccidono.
Io che proprio non posso tollerare l’idea di essere ammalata.
Io, che per me, se non è”40″, non è febbre.
Io che ogni primavera, stoicamente combatto l’allergia senza ricorso alla chimica, non prendo antistaminici e in farmacia ci vado solo a comprare gli assorbenti
Proprio io, io che il mio punto di vista sulle cure che “uccidono” è … è implicito, direi.

Certi giorni penso che non è niente, si risolve tutto, in famiglia non siamo portati ai tumori. Nessuno ha avuto un malaccio. Ma che, voglio cominciare proprio io??

Bene
Alla fine ho scritto, dopo tanto covato e cancellato, sbozzato e pensato.
Forse già pentita. Perché violare la mia privacy (e quella delle mie palline) non è bello.
O no,non alla fine. La fine, l’inizio o tutto il resto che c’è da sapere sará dopo la congiunzione dei risultati istologici e la tac che farò il gg 24. Una settimana circa.
Attesa calma. Dolore al petto da qualche giorno.
Quando spengo la luce e abbraccio il cuscino è da sempre per sempre un momento di gioia. Il letto è un amante mai venuto a noia, è bello ogni volta tornarci, se escludiamo i periodi di insonnia. Bello accoccolarsi sotto il piumone. E staccare qualsiasi altro pensiero. Stirarsi e fare il “sorrisino” del gatto e disperdersi in gocce di sonno.

La vita, l’amore, le vacche e Barberino Del Mugello

E dopo l’agosto nella città nuda e solitaria, silenziosa, calda, appiccicata tra le cosce e i jans, da riscoprire, vedere, godere, finalmente soli, noi e lei, vogliamo parlare della campagna in agosto?

“Quasi” vista lago, si è risvegliati da rumori di martello e quello “zzzzzt, psssssst” della saldatrice della villetta di fronte, dove stanno mettendo un cancello alla discesa del garage. Mentre il pomeriggio ci delizia con le liti, ma forse a noi sembrano liti, mentre per loro è il normale tono di voce col quale viene gestito il menàge familiare, dei vecchietti  che abitano più giù e più in là?

Sono identici a Marilù e Giustino e lui ha l’dentica voce e garbo. Se c’era un cane “Leone” deve essere fuggito molto tempo fa.

In campagna ad agosto il silenzio è  turbato da quelli di città che approfittano delle vacanze per sistemare la casa in campagna.

Ma il sottofondo del rumore che è diverso da quello della citta, che è costituito in percentuali variabili  di suoni confusi di auto, bar, telefoni e rumori non identificati.

Il rumore le voci , anche la saldatrice, QUI’  hanno un diverso accompagnamento, ciò li rende più familiari e diversamente spiacevoli, come le grida in cortile di bambini tanti anni fa, quando i bambini eravamo noi, che  avevamo aspettato impazientemente le ore 16, la fine dell”ora del silenzio” dei condomini ,  per scendere giù a giocare

Su matrix si parla di anoressia. Dico la mia

Il caffè non è la causa del mal di testa. Ma può essere fattore scatenante

L’immagine imposta dal mondo della moda non è la causa dell’ anoressia. Ma può essere un fattore scatenante

 

Anoressia. Il problema è molto più in là, più profondo. Un modo disperato di comunicare un assenza di comunicazione.

 

Inaffidabili

“Into that void of silence where we cry without sound
Where tears roll down, where tears roll down”
Tears For Fears

Il confine dove la parola diventa bugia forse non esiste. Ogni volta che il pensiero diventa parola è già bugia. Forse.

Le persone stesse sono bugie. Siamo. Sono. Io Sono.

Un gran parlare della piccola Sara ieri sera, oggi, come di un corpo ritrovato. A me rimane negli occhi il volto della madre in tutta questa vicenda, assente, privo della disperazione che “vorremmo” leggere in una situazione del genere, della disperazione televisiva alla quale ci hanno abituato. Perchè il dolore “si vede”, si deve vedere. Una sorta di Politically Correct del dolore.
Altrochè se si vede profondo e drammatico privo di grida e pianti in quella presenza assenza. Chissà a cosa pensa. Un viso lontano, privo di espressioni facciali, come sotto un ipnosi, un incantesimo, uno scatolone di calmanti, come da un altra parte. Altrove. Chissà che ne direbbe il Dr Lightman…
Quel dolore vestito di lontananza mi pietrifica più delle lacrime, di discorsi, appelli. E’ disarmante. E’ come tutta la vita le fosse uscita dal corpo in gocce lasciando un involucro vuoto.
Il dolore può essere bianco, come uno sciopero, come la morte. Oppure tipo quei dolori che quando uno si getta da un ponte gli amici più cari ti dicono che era così allegro, pieno di vita.

Il dolore inespressivo, inespresso, qualche volta è un grido, uno scoppio, un arabbiatura, i pugni battuti forte sul cruscotto per poi tornare al silenzio e all’ assenza. Per molti il dolore è una dignità inviolabile.

Io mi fermo mentre sistemo i cassetti e mi giro a guardare come un ebete, ancora, dalla porta aperta del bagno i fiori tutti colorati della tenda, la luce intensa che viene da fuori. Che assomiglia a quella che veniva da “dentro” ma aiutata dalla natura, da un sole che tutte le mattine la spinge fuori. Mentre questa opzione per noi “umani” non è prevista.

Avevo preso delle decisioni fatto o non fatto cose in virtù di una cosa da fare, un progetto insieme, ci credevo nonostante tutto e alla fine era fumo e parole e bugie e bugie sui sentimenti. Che oggi ci sono e domani no. E ho sbagliato.
Ora mi godo le conseguenze, il nulla, seduta a terra di nuovo a osservare quanto tutto è evanescente. A cercar la via di uscita a sbrigarmela da me. Io sono quindi inaffidabile, inaffidabili le parole, i sentimenti, la buona volontà, inaffidabile chi ti sta più vicino.

La verità è che non c’è sport estremo che tenga, l’unica grande sfida, pericolosa perchè non c’è paracadute, non sei imbragato, appeso, ripreso… è viversi, conoscersi,”aversi addosso” come diceva una canzone, stare vicino un altro essere che non siamo noi. Ecco lo sport estremo.
E quando ti schianti a terra non muori e nessuno si accorge di nulla.

Guardo i fiori, la tenda sollevata dal vento che mi lascia intravedere gli orti. E Aisha.

Si piange sempre per qualcosa che ci somiglia anche solo in un angolo remoto del nostro essere. Anche quando sembra che non ci riguardi. Anche quando guardiamo i telefilm.

La stanchezza dei 100 anni è qualcosa che ti sovrasta, è il post-elettroshock all’anima, il guscio vuoto che rimane, il sacco. Un barattolo dove abbiamo lasciato morire la lucciola.

Io continuo a sognare il mio cane, così spesso. E in quei sogni il senso assoluto di solitudine, quello che se ci giriamo ed è l’ombra che ci segue perché naturalmente legata a noi stessi e solo a tratti scompare.

Ma torna. Torna sempre quando non comprendiamo, quando non siamo compresi, in ogni fallimento della comunicazione, nell’abbandono. Tutti ci abbandoniamo. Tutti i giorni. Succede ogni giorno e delude ognuno allo stesso modo e in maniere diverse. E a tratti fa rimpiangere l’ombra cucita alle nostre scarpe, perché quella solitudine almeno ci appartiene, ha una personalità, ricami di una vita l’hanno resa familiare e certe volte amica, mentre affacciarci sulla solitudine che ci provoca l’altro, il prossimo è …disperazione impotente. Desolazione.

Nei sogni con Aisha l’ombra non esiste. Un sentimento forte, irrazionale e razionalissimo, vero, trasparente come quelli a 4 zampe fanno scappare a gambe levate ombre e margini di dubbi. Sono e basta, senza domande e seghe. Sono uno sguardo pulito dritto negli occhi a cui non ci si sottrae. Solo quello. L’immediato, il vero, il diretto.

Ieri notte ho sognato di abbracciare Veronica, ero contenta ma lei non lo era allo stesso modo e mi sono svegliata “rimasta male”. Aveva I capelli corti. E stava bene.

Non c’è un motivo o ce ne sono molti se certe presenze ci mancano, altre no. La vita è fatta di grandi o brevi frequentazioni, per alcun siamo “episodi”, per altri intere serie.

E non c’è un motivo (o forse c’è) se alcune persone arrivano, vanno, seguono o precedono incomprensioni, circostanze che  allontano, ci disperdono. Alcune vanno semplicemente in pace  e non ci si vede  quasi più. Ma non ci mancano. Il punto è che il  bene se lo guadiamo bene, rimane intatto sempre e nonostante tutto; il tempo, le opinioni , le smusate, le diversità…”nonostante tutto” o in verità, proprio in virtù  degli spigoli, delle incomprensioni, delle profonde diversità, dell’averci messo la faccia, o per essersi cambiate d’abito negli autogrill. Bene, intatto in silenzio.  E non ci si può fare nulla. Non ci si può sottrarre dal voler bene a qualcuno con cui si è riso e pianto e litigato se ci ha mostrato la sua natura. Tra me e me non l’ho negato quasi mai. Veronica mi è mancata dal primo giorno.

Ubik sposta un pò i lato la sua ombra e dorme. Se avrà freddo la userà per coprirsi.

Mi devi scusare…

...Ma sono arrabbiata.

E in questo momento non so/o non voglio contenere , ne gestire.

Non so di cosa vuoi parlare cosa è “Noi” che mi sembra così distante. Aspetto. Non ho fretta. Mi prendo il tempo per lasciare uscire questo acido da me, che corrode pensieri, umori, idee.

E mi domando appena, se  Io sono, in fondo,  solo una delle tante lettere e bigliettini foto e preghiere, ammucchiato tra gli altri, nel tuo mobile, per poterti dire che le donne ci hanno tenuto a te. Che a volte somiglia più ad ossessione che a ricordi affettivi (di affetti sempre negati)

Oggi sono davvero  disgustata da questo modo di vivere un uomo o una donna, una PERSONA, un “compagno”, che vedo intorno a me.

E che non voglio questo per me. E mi terrorizza. Paura che  si accoppia con orrore e genera rabbia

Preferisco la solitudine all’ipocrisia se la mia vita deve essere una bomboniera vestita di bugia, una vigliaccheria per compiacere l’altro e non perdersi…perdersi…E NON AVERSI… MAI.

Tutto quello che facciamo ha delle conseguenze, delle vibrazioni che corrono sottoterra e smuovono effetti tutto intorno. Ma certo, a molti ma basta aggirare l’ostacolo per non passare alla cassa.  E ogni mezzo sembra esser buono.

E mai,mai la responsabilità delle nostre azioni, delle nostre parole. Affrontarle noi stessi prima di negarle ad altri. Mai, a meno che non si decida di lasciare “A” per “B”. E passare ad una nuova bugia, un non volersi conoscere col vestito nuovo e diverso-

Eppure questi “giochi”  guidati da meccanismi più complessi e più perversi di un or gia, di un festino,tutto sommato sembrano essere il pane che nutre, la ruota che fa girare le Relazioni.

Così  il 40enne che poche ore prima spasimava per un amore lontano e sofferente e desiderato seppure infarcito di bugie, cose non dette, il combattente  dei luoghi comuni che le donne sbandierano sul maschio,  quello con una sensibilità diversa, udito affermare il suo disinteresse per storielle di passaggio,se la spassa e poi si accoccola con sentimento, davvero, senza ironia,  con la  prima “passante”.

Non ce l’ho con te.

Ma penso che anche tu potresti comportarti così al pari degli altri. Probabilmente peggio

A nessuno si chiede di essere perfetto. Ma Vero sì. Io lo chiedo.

E questo mostrar di sentimenti e sensibilità fuor dal comune che poi vedo tradotto in menzogne ed incoerenze continue mi nausea profondamente come un cattivo odore di fogne, di tombini, nel caldo umido di questa ‘estate ancora in corso. Come i lavori.

Io non sono “candida” e non sono perfetta, ma sono me, che ti piaccia o no e se questo porterà a perderci, corro il rischio.

In questo momento sento il bisogno di “semplice”,  di “pulito”, di trasparenza con la probailità, messa in conto, che non possa piacermi quello che vedo.

Io trovo così grandioso scegliere di percorrere un cammino con una persona e volerla e volerla CONOSCERE, che non ti basterà una vita intera per farlo.

E non accontentarsi di avere qualcuno vicino, ricordarsi il suo compleanno, le sue allergie e qual’è il suo colore preferito, farle una foto e rimanere con quella in mano per anni senza accorgersi che nel frattempo l’oggetto del ritratto è cambiato, il suo colore, il suo modo di leggere il mondo è cambiato, evoluto, regredito…ma non è statico…non siamo fermi. Ed  essere curiosi e interessati. Quel tipo di AVERSI mi interessa.

Poi so che ci sono cose più importanti e tanti altri pensieri adesso, ieri, domani. Questo lo sò.

Lo so perchè me lo dici sempre.

Un bacio (arrabbiato)

Ubik