E così sui binari in tondo gira, illudendo la ragione, questo trenino a molla che si chiama cuore (Fernando Pessoa)

Piattaforme

Arrivata sul ponte “al santo”, subito prima di arrivare a casa, è arrivata la parola.
Arrivano spesso quelle giuste, nell’attraversarlo e buttare gli occhi appena di lato, in auto, in bici. In pochi secondi, decisi da un semaforo alterno.
Curioso.
Ed ho anche sempre l’impressione di percepire un paio di gradi meno nel passare sull’altro lato. E un sollievo. Per la casa e gli orti e i galli e i cani che abbaiano e i sordidi uccellini che cinguettano senza criterio.
“Piattaforme” .
E piattaforma anche lei. La casa. Bianche, in mezzo al mare, in mezzo al mondo. “trafitto da un raggio di sole”.
“Piattaforme”
Era facile. A volte mancano le parole precise, ma basta aver pazienza.
Attraversano gli anni, e tu loro. Se sembra che affondano, talvolta è vero. Oppure si assestano.
Alle piattaforme ci si appoggia per lanciarci.
O ci si nuota verso.
In cerca di riposo, ragioni,  certezze accertate già o anche nulla.
E nell’immaginifico, ci stringiamo al petto le ginocchia, guardando un tramonto, su una piattaforma.
Sono gli incipit, sono i punti di riferimento, di partenza, di ritorno, o quelli attraverso i quali ci si evolve.
E allora quando si torna, è uno di quei posti che ricorda un posto già visto, ma non ricordi di esserci stato prima.
Le piattaforme, le mie,  non hanno mai avuto occhi, bocche, gambe.
E non ti legano in alcun modo, le lasci con serenità. Esplori, forse torni. Facile che torni. Hanno avuto pagine “rombanti” e parole e inquadrature, stralci di idee a tratti confuse, ma perlopiù nitide. E a volte percorri mari, da una piattaforma all’altra per accorgersi che l’ultima si ricongiungeva ad un altra e forse ad un altra ancora.
Ed erano nozioni, musica, parole, gesti con le mani.

Stasera Ubik ha  pianto. Come se non piangesse da molto molto tempo. Eppure non è così. Dal 30 marzo, come solchi nei campi le lacrime hanno arato i giorni .
E’ nuovo pianto perchè è la prima volta che provo un senso di liberazione in un pianto. Forse l’ultima.
Piangere per me è sempre stata una manifestazione di silenziosa violenza, rabbia, impotenza.
Mi sono sentita come mi sentivo quando il mondo degli adulti lo vedevo da fuori.
E lo giudicavo severamente.

Dunque, “prendete esempio dai bambini”, ma importante, importante davvero decisamente, nettamente importante:

NOT CHILDISH, BUT CHILDLIKE.

That’s all, folks!

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2 Risposte

  1. te non è che scrivi, te [uso il te un pò perchè è esta-te un pò perchè è più intimo del tu] poetizzi.
    te sei sempre te.
    te mi piace.
    ma io sono parziale..

    8 luglio 2009 alle 22:06

  2. Ciao Ubik. Come stai? Si direbbe periodo nero, o perlomeno non azzurrissimo. Un grosso abbraccio.
    Ti ho preso un video di Michael in prestito. Poi te lo restituisco. :-*

    14 luglio 2009 alle 15:49

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