E così sui binari in tondo gira, illudendo la ragione, questo trenino a molla che si chiama cuore (Fernando Pessoa)

Probabilità (e imprevisti) e innocenti e (presunti) colpevoli. 16 anni.

Il gioco quel giorno, e se mai avesse un senso, l’ottundersi delle cellule nel tempo, non mi consente, adulta di ricordare, consisteva nel saltare su un letto “toccata e fuga”, scendere correre , percorrere la stanza, tutta lateralmente, salire sull’altro letto e scendere, fino a che, non sò, fino alla fine del mondo, del giorno, dell’infanzia, non propriamente felice, come ogni infanzia, ma certo fantasiosa fino al surreale a suo tempo, per noi.
Quello il gioco: corri, letto, corri, salta, sali, scendi. Quando la madre di Vale aprì la porta , sentito lo stonfo, trovò tre visi allibiti, nessun indizio, il televisore infranto sul pavimento.
Eravamo, io, vale e suo fratello più piccolo. La punta massima erano forse i 10-11 anni miei, non ricordo.
Qulcuno aveva tirato giù la tv che stava nella libreria tutt’uno con l’armadio della cameretta. Ma io ricordo bene, che nel momento io stavo su un letto e Vale sull’altro, ci siamo guardate, dalle due pareti opposta e davanti alla tv c’era suo fratellino e in terra la tv.

Il piccolo non negò, nè confessò, ne fu preso in considerazione alcuna dalla mamma di Vale.

Eravamo state noi, una di noi, certo, una di noi, perchè il piccolo era troppo piccolo per tirare, non si sa proprio come, giù la tv, tanto più grande, tanto più pesa di lui medesimo, tanto bene inserita nella sua nicchia profonda. Piccolo, sì. Improbabile, sì. Sfuggi persino a noi, che eravamo lì, il momento.
Anche in tempi recenti e ogni volta che è capitato di riparlarne, il piccolo che ora è grande, legittimamente non ricorda, ma a noi, viene chiesto di confessare, ormai senza importanza una colpevolezza. Ci vogliono ree. E hai voglia a dire che si sbagliano, che ciò che ritenevano improbo, era la sola possibile realtà.  E non c’è altra spiegazione che la più illogica.
Io stavo su un letto, l’altra bambina sull’altro e non abbiamo visto, ci è sfuggito l’atto, la caduta, questo allineamento di pianeti e astri col piccolo, che frantumò il catodico.
Fu lui.
E per anni, fino ai nostri giorni, in questo episodio senza importanza, noi, per la giuria,siamo colpevoli.
E’ una strana sensazione. E che motivo avremmo mai, complici, oggi di mentire?
E per come eravamo non l’avevamo allora.

Sarà capitato, bambini , di prendersi colpe non proprie. Indifendibili e inascoltati.
Tanto che nel crescere, a scuola, fino alle superiori, mi presi spesso spontanea la colpa di molte cose che succedevano. Perchè la lotteria, il gioco dell’adulto, del suo potere accusatore mi disturbavano. E coglievo la sfida.

Certe volte la verità non è perfetta, logica, matematica. Non è un calcolo, una formula.

Tanto per dire che nella cronaca e nei processi, ci piace , pubblico, fare gli esperti, condannare “per esclusione”, ma per quello sguardo da un letto all’altro, per quella ovvietà per cui dovevamo essere noi a pagare con una confessione, (nessuno ci avrebbe fatto del male), un gesto non nostro, per quel ricordo, per quel piccolo episodio,io oggi,mi riservo il famoso BENEFICIO DEL DUBBIO.

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