E così sui binari in tondo gira, illudendo la ragione, questo trenino a molla che si chiama cuore (Fernando Pessoa)

Lo Zen E L’arte Della Manutenzione Del Quattroruote

Se "Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta" è il libro che comincio, lascio, riprendo, arrivo a metà, lascio, ricomincio, arrivo a pochi "metri" dalla fine e abbandono da almeno 10 anni(forse non lo voglio finire per poterlo ricominciare ogni volta…), certo le ore di guida su strade sgombre, direzione Avellino, con di fianco Veronica, musica, saccottini ed estathè, una cosa mi hanno fatto scaturire nella mente tra tante serie o facete.

Per frivolo che sembri,un paio di colonne fondamentali del mio pensare, sono legate al periodo che imparavo a guidare.

Forse non capirebbe il mio primo fidanzato che quando mi insegnava, oltrechè a non tenere il piede fisso sulla frizione(vizio di molte donne, la mia macchina di quasi 10 anni, e non l’ho mai rifatta la frizione) e a parcheggiare "di culo", mi induceva ad usare il "freno motore", e "il freno motore" sarebbe diventato per me , tra i concetti base del vivere.

Sul rettilineo, dopo l’accellerata o durante la discesa, la macchina lanciata, e sì, il primo istinto è pigiare il freno, ma no, aspetta solo pochi secondi, c’è il freno motore, non avere fretta nè paura, c’è un rallentare più morbido, un vivere senza "fasciarsi la testa prima di romperla, un pericolo calcolato, come le giostre, aspetta , c’è "un freno motore" dentro te, che saprà, se sei sano e se funzioni bene, quando è tempo di cominciare a rallentare. Tu preoccupati delle distanze, perchè almeno io, quando guido, non voglio nessuno davanti e dietro, voglio avere tempo e spazio, quello che concedo a chi mi segue e mi precede. Perchè la mia natura è distratta, allora mani sul volante, l’autostrada non è un gioco,do tutta la mia concentrazione, gli occhi sugli specchietti e sulla strada, in un giro interminabile.

Lezione numero due:il mio istruttore di guida nell’uscire da un parcheggio(io)guardando solo lo specchietto, scese si posizionò dietro di me, fuori dalla macchina e mi disse: "Mi vedi?", io non lo vedevo dallo specchietto, ma girandomi, lui era lì…ci sono dei punti morti negli specchi, dei punti morti nel nostro vedere, allora girarsi di tanto in tanto, usare l’altrui occhi di tanto in tanto, non fidarsi troppo di sè. E ci sono tratti che sembrano discese e invece son salite, salite che sembrabno discese agli occhi, la macchina ti fa capire nello sforzo o nelle fluibilità che non sono ciò che sembrano.

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2 Risposte

  1. E’ bello, molto.

    8 aprile 2007 alle 01:19

  2. E’ tutto vero.
    Anche se penso che l’hai cominciato troppe volte quel libro.

    8 aprile 2007 alle 21:13

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